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	<title>Esplorazione Archivi - Psicologia Metropolitana</title>
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	<description>Osservazioni di vita quotidiana</description>
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	<title>Esplorazione Archivi - Psicologia Metropolitana</title>
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	<item>
		<title>Non demonizziamo l&#8217;errore</title>
		<link>https://www.psicologiametropolitana.it/non-demonizziamo-lerrore/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorena Menoncello]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Oct 2021 13:25:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[PSICOLOGIA METROPOLITANA]]></category>
		<category><![CDATA[Bambini]]></category>
		<category><![CDATA[Blocco]]></category>
		<category><![CDATA[Castello]]></category>
		<category><![CDATA[Differenziarsi]]></category>
		<category><![CDATA[Educare]]></category>
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		<category><![CDATA[Errore]]></category>
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		<category><![CDATA[Perfezione]]></category>
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		<category><![CDATA[Sbagliare]]></category>
		<category><![CDATA[Senso di colpa]]></category>
		<category><![CDATA[Sperimentare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sono pochi gli educatori che sanno andare oltre l’errore.Capita invece più frequentemente che si focalizzino su di esso, amplificandone il peso negativamente. La paura dell’errore diventa così un pietrone, che molti si portano sulle spalle per sempre. Se durante l’età evolutiva il naturale desiderio di sperimentare viene soffocato dal timore di sbagliare, cresceranno degli adulti inibiti, che avranno paura di provare percorsi nuovi e rimugineranno a lungo sulla loro colpa nel caso abbiano sbagliato.Le persone che hanno “fatto la storia”, invece, hanno sempre rischiato e sbagliato più e più volte prima diavere ottenuto qualcosa di importante. Come ci si può alleggerire di questo blocco? Per prima cosa, pensiamo che ciascun individuo ha delle potenzialità che si possono esprimere pienamente solo esponendosi a nuove esperienze, senza conoscerne in anticipo l’esito.Ciascuno di noi è unico, possiamo seguire le istruzioni per imparare ad andare in bicicletta, ma verrà il momento in cui dobbiamo provare e tarare istruzioni sulla base delle nostre caratteristiche personali.Quindi provare, anche sbagliando, è l’unica via per personalizzare le nostre esperienze.Immaginandoci come dei bambini che iniziano ad andare su un triciclo, cosa penseremmo di quell’adulto che pretende che partiamo pedalando velocemente e perfettamente dritti?Quell’adulto è spesso dentro di noi. Scrolliamoci di dosso le sue assurde pretese di perfezione!Immaginiamoci anche come un castello, che solo noi possiamo esplorare.Nessuno sa bene cosa ci sia dentro e cosa sia quel che troveremo.Possiamo solo provare: un nuovo approccio nel lavoro, un allenamento diverso nello sport, una nuova relazione.Spesso chi teme i propri errori ha una scarsa fiducia nelle proprie risorse, ancora prima di averle esplorate.Impariamo a differenziarci dai nostri errori: noi non siamo i nostri errori.Un bambino non è l’errore di ortografia fatto, un calciatore non è il rigore sbagliato, un cuoco non è la torta uscita male per la nuova ricetta che ha provato.Chi si identifica nei propri errori o nella pretesa di perfezione, difficilmente si accetta e ne può derivare un senso di identità pericolosamente fragile.Acquisire una nuova competenza o scoprire l’inimmaginabile è una possibilità emozionante, come estrarre un diamante dalla roccia. Questo richiede inevitabilmente la produzione di scorie: gli errori.Nel percorso della nostra vita, anche senza commettere alcun errore, non c’è garanzia che tutto vada alla perfezione; quindi, potrebbe essere più emozionante, divertente e produttivo poter sperimentare, che subire la sorte.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologiametropolitana.it/non-demonizziamo-lerrore/">Non demonizziamo l&#8217;errore</a> proviene da <a href="https://www.psicologiametropolitana.it">Psicologia Metropolitana</a>.</p>
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<p>Sono pochi gli <strong>educatori </strong>che sanno andare oltre <strong>l’errore</strong>.<br>Capita invece più frequentemente che si focalizzino su di esso, amplificandone il peso negativamente. La paura dell’errore diventa così un pietrone, che molti si portano sulle spalle per sempre.</p>



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<p>Se durante l’età evolutiva il naturale desiderio di sperimentare viene soffocato dal timore di sbagliare, cresceranno degli adulti inibiti, che avranno paura di provare percorsi nuovi e rimugineranno a lungo sulla loro <strong>colpa </strong>nel caso abbiano sbagliato.<br>Le persone che hanno “fatto la storia”, invece, hanno sempre rischiato e sbagliato più e più volte prima di<br>avere ottenuto qualcosa di importante.</p>



<p><br><strong>Come ci si può alleggerire di questo blocco?</strong><br></p>



<p>Per prima cosa, pensiamo che ciascun individuo ha delle <strong>potenzialità </strong>che si possono esprimere pienamente solo esponendosi a nuove esperienze, senza conoscerne in anticipo l’esito.<br><br>Ciascuno di noi è unico, possiamo seguire le istruzioni per imparare ad andare in bicicletta, ma verrà il momento in cui dobbiamo provare e tarare istruzioni sulla base delle nostre caratteristiche personali.<br>Quindi provare, anche sbagliando, è l’unica via per <strong>personalizzare </strong>le nostre esperienze.<br><br>Immaginandoci come dei <strong>bambini </strong>che iniziano ad andare su un triciclo, cosa penseremmo di quell’adulto che pretende che partiamo pedalando velocemente e perfettamente dritti?<br>Quell’adulto è spesso dentro di noi. Scrolliamoci di dosso le sue assurde pretese di <strong>perfezione</strong>!<br><br>Immaginiamoci anche come un <strong>castello</strong>, che solo noi possiamo esplorare.<br>Nessuno sa bene cosa ci sia dentro e cosa sia quel che troveremo.<br>Possiamo solo <strong>provare</strong>: un nuovo approccio nel lavoro, un allenamento diverso nello sport, una nuova relazione.<br>Spesso chi teme i propri errori ha una scarsa fiducia nelle proprie <strong>risorse</strong>, ancora prima di averle <strong>esplorate</strong>.<br><br>Impariamo a <strong>differenziarci</strong> dai nostri errori: noi non siamo i nostri errori.<br>Un bambino non è l’errore di ortografia fatto, un calciatore non è il rigore sbagliato, un cuoco non è la torta uscita male per la nuova ricetta che ha provato.<br>Chi si identifica nei propri errori o nella pretesa di perfezione, difficilmente si accetta e ne può derivare un senso di identità pericolosamente fragile.<br><br>Acquisire una nuova competenza o scoprire l’inimmaginabile è una possibilità emozionante, come estrarre un diamante dalla roccia. Questo richiede inevitabilmente la produzione di scorie: gli errori.<br><br>Nel percorso della nostra vita, anche senza commettere alcun errore, non c’è garanzia che tutto vada alla perfezione; quindi, potrebbe essere più emozionante, divertente e produttivo poter <strong>sperimentare</strong>, che subire la sorte.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologiametropolitana.it/non-demonizziamo-lerrore/">Non demonizziamo l&#8217;errore</a> proviene da <a href="https://www.psicologiametropolitana.it">Psicologia Metropolitana</a>.</p>
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		<title>Bambini che mordono e picchiano</title>
		<link>https://www.psicologiametropolitana.it/bambini-che-mordono-e-picchiano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorena Menoncello]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Jan 2021 08:00:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[PSICOLOGIA METROPOLITANA]]></category>
		<category><![CDATA[Asilo]]></category>
		<category><![CDATA[Bambini]]></category>
		<category><![CDATA[Chiedere scusa]]></category>
		<category><![CDATA[Contenere]]></category>
		<category><![CDATA[Emozioni]]></category>
		<category><![CDATA[Esplorazione]]></category>
		<category><![CDATA[Frustrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Linguaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Modelli negativi]]></category>
		<category><![CDATA[Narrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Rabbia]]></category>
		<category><![CDATA[Senso di colpa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Spesso intorno ai 18-36 mesi i bambini mordono e picchiano i coetanei sia in caso di contesa ma anche per “troppo entusiasmo” nell’interazione. In entrambe le circostanze sembra che il bambino non riesca a contenere le emozioni e le metta in atto in modo inadeguato, come se ne fosse invaso e travolto.Questi comportamenti vanno sicuramente arginati perché il bambino, lasciato senza regole, si sente abbandonato dall’adulto e si sente abbandonato a se stesso, ma non vanno colpevolizzati.Dietro a queste condotte può esserci la rabbia e la frustrazione, ma anche l’esplorazione dell’ambiente e dei limiti o anche la ricerca di attenzioni e di fisicità.Talvolta il bambino non è abituato a gestire la socialità e le regole che ne conseguono, perché passa molto tempo con gli adulti.In questi casi la frequentazione dell’asilo potrebbe aiutarlo ad abituarsi ad un’interazione quotidiana con i coetanei, aiutato dalla mediazione dell’educatore.Talvolta si possono osservare queste reazioni quando il bambino non ha ancora sviluppato il linguaggio.Infatti si riescono a controllare e gestire meglio le emozioni quando si possono nominare, per questo è utile rinarrare quello che è successo, per dare un nome e un significato all’evento.Sia per aiutare il bambino a sviluppare il linguaggio, che per imparare a riconoscere i propri vissuti, gli si possono raccontare delle storie con il supporto di un libro con molte immagini, con personaggi che affrontano emozioni, anche negative, e ne parlano senza metterle in atto.Anche la drammatizzazione della rabbia attraverso i pupazzi è molto utile, perché permette di riconoscersi in quelle situazioni.È essenziale inoltre non reagire all’aggressione con un’altra aggressione, ma aiutare il piccolo a costruire una ritualizzazione della riparazione, come può essere il chiedere scusa.In ogni caso, bisogna evitare che il bambino si senta cattivo e si identifichi con il cattivo.Inoltre, visto che impariamo anche imitando i nostri simili, se il bambino assiste regolarmente a scene di violenza, reali o virtuali, è facile che si adegui a questi modelli, soprattutto se sono modelli che lui ama e ammira.</p>
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<p>Spesso intorno ai 18-36 mesi i bambini mordono e picchiano i coetanei sia in caso di contesa ma anche per “troppo entusiasmo” nell’interazione.</p>



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<p>In entrambe le circostanze sembra che il bambino non riesca a <strong>contenere le emozioni</strong> e le <strong>metta in atto</strong> in modo inadeguato, come se ne fosse invaso e travolto.<br>Questi comportamenti vanno sicuramente <strong>arginati </strong>perché il bambino, lasciato senza regole, si sente abbandonato dall’adulto e si sente abbandonato a se stesso, ma <strong>non vanno colpevolizzati</strong>.<br><br>Dietro a queste condotte può esserci la <strong>rabbia </strong>e la <strong>frustrazione</strong>, ma anche l’<strong>esplorazione dell’ambiente</strong> e dei limiti o anche la <strong>ricerca di attenzioni</strong> e di fisicità.<br><br>Talvolta il bambino non è abituato a gestire la socialità e le regole che ne conseguono, perché passa molto tempo con gli adulti.<br>In questi casi la frequentazione dell’<strong>asilo</strong> potrebbe aiutarlo ad abituarsi ad un’interazione quotidiana con i coetanei, aiutato dalla mediazione dell’educatore.<br><br>Talvolta si possono osservare queste reazioni quando il bambino non ha ancora sviluppato il <strong>linguaggio</strong>.<br>Infatti si riescono a controllare e gestire meglio le emozioni quando si possono nominare, per questo è utile <strong>rinarrare </strong>quello che è successo, per <strong>dare un nome</strong> e un significato all’evento.<br>Sia per aiutare il bambino a sviluppare il linguaggio, che per imparare a riconoscere i propri vissuti, gli si possono raccontare delle storie con il supporto di un libro con molte immagini, con personaggi che affrontano emozioni, anche negative, e ne parlano senza metterle in atto.<br>Anche la <strong>drammatizzazione </strong>della rabbia attraverso i pupazzi è molto utile, perché permette di riconoscersi in quelle situazioni.<br><br>È essenziale inoltre non reagire all’aggressione con un’altra aggressione, ma aiutare il piccolo a costruire una ritualizzazione della riparazione, come può essere il <strong>chiedere scusa</strong>.<br>In ogni caso,  bisogna evitare che il bambino si senta cattivo e si identifichi con il cattivo.<br><br>Inoltre, visto che impariamo anche imitando i nostri simili, se il bambino assiste regolarmente a scene di violenza, reali o virtuali, è facile che si adegui a questi modelli, soprattutto se sono modelli che lui ama e ammira.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologiametropolitana.it/bambini-che-mordono-e-picchiano/">Bambini che mordono e picchiano</a> proviene da <a href="https://www.psicologiametropolitana.it">Psicologia Metropolitana</a>.</p>
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