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	<title>Amore Archivi - Psicologia Metropolitana</title>
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	<description>Osservazioni di vita quotidiana</description>
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	<title>Amore Archivi - Psicologia Metropolitana</title>
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		<title>Genitori perfezionisti</title>
		<link>https://www.psicologiametropolitana.it/genitori-perfezionisti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorena Menoncello]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Jan 2025 15:00:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[PSICOLOGIA METROPOLITANA]]></category>
		<category><![CDATA[Amore]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Forse perché ci sono sempre meno bambini e sempre più anziani, i bambini spesso diventano come una figura mitologica, poco conosciuta e idealizzata. Si punta sul proprio figlio come un elemento che completa e deve dare soddisfazione a genitori che diventano tali a un’età sempre più avanzata.Si vorrebbe che questo unico prodotto della famiglia fosse un capolavoro, e possibilmente fin da subito, quando è ancora bambino.Si desidera che questo figlio sia la punta di diamante di una vita perfetta o l’unica soddisfazione in una vita insoddisfacente.Ma cos’è un capolavoro?Non essendoci più famiglie numerose, i bambini scarseggiano e non ci sono tanti termini di paragone; per questo, quando i figli raggiungono delle normali tappe evolutive, si è convinti di essere di fronte a delle capacità straordinarie. Oppure, di contro, un bambino normale che preferisce giocare invece di imparare 4 lingue, desta grande preoccupazione. Spesso non viene contemplata, come un valore, la normalità.Alcuni genitori, invece di vedere il loro bambino per ciò che è, vedono solamente gli obiettivi da fargli raggiungere, trascinandolo in una sfida dopo l’altra, senza riguardo per le reali necessità della persona.La possibilità di essere di fronte ad un individuo unico, di cui stupirsi e rimanere incantati, per la sua unicità e imprevedibilità, senza richiedere genialità e talenti particolari, non viene spesso colta.Il genitore perfezionista spesso tormenta anche se stesso, cercando di incarnare il genitore perfetto, di raggiungere un ideale che non permette né pigrizia né stanchezza: e via di vacanze col baby club (sennò il piccolo si annoia), asilo bilingue (per non fargli perdere occasioni), pigiama party (perché deve socializzare).Comunque vada a finire, questa corsa all’ideale porta con sè frustrazione e senso di inadeguatezza.I genitori che non vengono trascinati in questa corsa all’iperstimolazione, ipersocializzazione, iperpresenza, spesso si sentono in colpa; temono di non dare ai loro figli abbastanza spinte e occasioni. Temono che i loro bambini rimangano indietro, emarginati.In realtà la forza e la capacità di reazione di un bambino nasce spesso in autonomia, confrontandosi con i consueti ostacoli e con le opportunità offerte dalla quotidianità.Per stimolare l’autonomia non serve mandarlo in vacanza studio dall’altra parte del mondo, basta non sostituirsi a lui quando è a casa.Per stimolare la socializzazione è sufficiente lasciargli il tempo di giocare spontaneamente con i coetanei al parco, senza doverlo intruppare in mille corsi.Per stimolare la creatività e il problem solving spesso basta permettergli di affrontarele piccole sfide di tutti i giorni o semplicemente di annoiarsi. Essere cresciuti con l’ aspettativa perfezionista di dover essere un capolavoro rende gli individui molto egocentrici e fragili, incapaci di affrontare i fallimenti e le inadeguatezze che la vita ci impone.Crescendo avranno molte probabilità di sviluppare disturbi d’ansia, disturbi ossessivo-compulsivi, disturbi alimentari e senso di colpa per non essere mai abbastanza, riversando a loro volta sull’ambiente questa ansia e questa richiesta di perfezione.Inoltre è davanti agli occhi di tutti come, di fronte alla frustrazione, sia diffusa la reazione violenta che distrugge o autodistrugge.È ormai chiaro che si può far danni anche con il troppo amore, generando una continua pressione che fa perdere di vista chi siamo, chi abbiamo davanti a noi e di cosa abbiamo bisogno veramente.Invece, soffermarsi sui sentimenti e bisogni personali permette di sganciarsi dalle mode e dalle pressioni sociali.Accettare e accettarsi, ascoltando cosa sia meglio per noi, senza rincorrere una perfezione stereotipata, è una possibilità sana per fornire un modello educativo che permetta di liberarsi da questa schiavitù.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologiametropolitana.it/genitori-perfezionisti/">Genitori perfezionisti</a> proviene da <a href="https://www.psicologiametropolitana.it">Psicologia Metropolitana</a>.</p>
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<p>Forse perché ci sono sempre meno bambini e sempre più anziani, i bambini spesso diventano come una figura mitologica, poco conosciuta e idealizzata.</p>



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<p>Si punta sul proprio figlio come un elemento che completa e deve dare soddisfazione a genitori che diventano tali a un’età sempre più avanzata.<br>Si vorrebbe che questo unico prodotto della famiglia fosse un capolavoro, e possibilmente fin da subito, quando è ancora bambino.<br>Si desidera che questo figlio sia la punta di diamante di una vita perfetta o l’unica soddisfazione in una vita insoddisfacente.<br><br>Ma cos’è un capolavoro?<br><br>Non essendoci più famiglie numerose, i bambini scarseggiano e non ci sono tanti termini di paragone; per questo, quando i figli raggiungono delle normali tappe evolutive, si è convinti di essere di fronte a delle capacità straordinarie. Oppure, di contro, un bambino normale che preferisce giocare invece di imparare 4 lingue, desta grande preoccupazione.</p>



<p>Spesso non viene contemplata, come un valore, la normalità.<br><br>Alcuni genitori, invece di vedere il loro bambino per ciò che è, vedono solamente gli obiettivi da fargli raggiungere, trascinandolo in una sfida dopo l’altra, senza riguardo per le reali necessità della persona.<br>La possibilità di essere di fronte ad un individuo unico, di cui stupirsi e rimanere incantati, per la sua unicità e imprevedibilità, senza richiedere genialità e talenti particolari, non viene spesso colta.<br>Il genitore perfezionista spesso tormenta anche se stesso, cercando di incarnare il genitore perfetto, di raggiungere un ideale che non permette né pigrizia né stanchezza:<br> e via di vacanze col baby club (sennò il piccolo si annoia), asilo bilingue (per non fargli perdere occasioni), pigiama party (perché deve socializzare).<br><br>Comunque vada a finire, questa corsa all’ideale porta con sè frustrazione e senso di inadeguatezza.<br>I genitori che non vengono trascinati in questa corsa all’iperstimolazione, ipersocializzazione, iperpresenza, spesso si sentono in colpa; temono di non dare ai loro figli abbastanza spinte e occasioni. Temono che i loro bambini rimangano indietro, emarginati.<br><br>In realtà la forza e la capacità di reazione di un bambino nasce spesso in autonomia, confrontandosi con i consueti ostacoli e con le opportunità offerte dalla quotidianità.<br>Per stimolare l’autonomia non serve mandarlo in vacanza studio dall’altra parte del mondo, basta non sostituirsi a lui quando è a casa.<br>Per stimolare la socializzazione è sufficiente lasciargli il tempo di giocare spontaneamente con i coetanei al parco, senza doverlo intruppare in mille corsi.<br>Per stimolare la creatività e il problem solving spesso basta permettergli di affrontarele piccole sfide di tutti i giorni o semplicemente di annoiarsi.</p>



<p>Essere cresciuti con l’ aspettativa perfezionista di dover essere un capolavoro rende gli individui molto egocentrici e fragili, incapaci di affrontare i fallimenti e le inadeguatezze che la vita ci impone.<br>Crescendo avranno molte probabilità di sviluppare disturbi d’ansia, disturbi ossessivo-compulsivi, disturbi alimentari e senso di colpa per non essere mai abbastanza, riversando a loro volta sull’ambiente questa ansia e questa richiesta di perfezione.<br>Inoltre è davanti agli occhi di tutti come, di fronte alla frustrazione, sia diffusa la reazione violenta che distrugge o autodistrugge.<br><br>È ormai chiaro che si può far danni anche con il troppo amore, generando una continua pressione che fa perdere di vista chi siamo, chi abbiamo davanti a noi e di cosa abbiamo bisogno veramente.<br>Invece, soffermarsi sui sentimenti e bisogni personali permette di sganciarsi dalle mode e dalle pressioni sociali.<br><br>Accettare e accettarsi, ascoltando cosa sia meglio per noi, senza rincorrere una perfezione stereotipata, è una possibilità sana per fornire un modello educativo che permetta di liberarsi da questa schiavitù.</p>
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		<title>Perchè ci fissiamo sulle persone sbagliate?</title>
		<link>https://www.psicologiametropolitana.it/perche-ci-fissiamo-sulle-persone-sbagliate/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorena Menoncello]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Oct 2022 14:30:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[PSICOLOGIA METROPOLITANA]]></category>
		<category><![CDATA[Amore]]></category>
		<category><![CDATA[Autostima]]></category>
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		<category><![CDATA[Persone sbagliate]]></category>
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		<category><![CDATA[Senso di colpa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Certe relazioni sentimentali si trascinano a lungo, anche quando è evidente che la sofferenza, l’insoddisfazione e l’astio hanno preso il posto dell’amore, dell’affetto, della stima e di tutto quello che può dare un senso positivo ad un legame tra due persone. Quasi a tutti noi è capitato di rimanere legati sentimentalmente a persone che non ci volevano più o con le quali si era sviluppato un rapporto che non era più soddisfacente.L’abbiamo subìto e l’abbiamo prolungato, accanendoci nel perseguire una strada che non ci avrebbe portato a nulla di buono.Perchè agiamo in questo modo, contro i nostri stessi interessi?Quando le nostre pulsioni vengono investite su un oggetto esterno (l’oggetto d’amore), questo diventa un’estensione del proprio sé. L’oggetto d’amore è inizialmente idealizzato e la relazione è percepita come fonte di ogni appagamento e soddisfazione, in un forte parallelismo con quello che era il legame del neonato con la madre. Il rapporto, di solito, si evolve nel tempo e viene meno l’idealizzazione assoluta, c’è un riconoscimento dell’altro come altro da sé, con i suoi pregi e difetti; in altri termini si scende con i piedi per terra.Talvolta, qualcosa non va o addirittura si delinea una situazione che ci fa soffrire e ci toglie serenità: non era quello che speravamo e siamo delusi, eppure…La percezione di quanto abbiamo investito rimane forte ed è spesso il timore di perdere quanto abbiamo riposto nell’altro che ci trattiene dal fare la scelta più ragionevole. Ecco che tanti innamorati trascurati, umiliati, insoddisfatti si chiedono cosa possano fare di fronte ad una situazione nella quale non sembra esserci più amore, ma solo il ricordo di quel che c’era e soprattutto il rammarico per quel che avrebbe potuto esserci.È difficile ammettere che quell’oggetto d’amore ed estensione di sé non sia così meraviglioso come abbiamo creduto, e per salvarlo siamo disposti a pensare che sia il nostro disagio ad essere esagerato, che la situazione non sia così terribile, evitando di ascoltare tutti i nostri campanelli d’allarme. Ecco che mettiamo a tacere i nostri bisogni, poniamo in dubbio i nostri principi, ritrattiamo i nostri progetti e gradualmente intacchiamo la nostra autostima.Inoltre, per orgoglio o per timore di giudizio, è difficile ammettere lo sbaglio e abbandonare un’impresa, sia pur destinata al fallimento.Allo stesso modo, la psicologia sociale ci dimostra che, una volta coinvolti in un investimento, si rimane incastrati in una trappola mentale che ci spinge a continuare a sostenere un progetto infruttuoso, nel quale si sono spesi molti soldi, energie e tempo perché: “Ho investito troppo per mollare ora…”.E “non mollare” significa rimanere agganciati all’investimento passato, che è comunque un costo irrecuperabile, e lasciare che questo determini le nostre scelte future, anche contro i nostri interessi presenti.Soprattutto, però, significa salvaguardare l’oggetto d’amore e, per salvarlo, assumersi la colpa delle dinamiche distruttive, illudendosi di avere il potere di cambiare le cose, quando l’unico potere vero, e sano, sarebbe quello di portarsi in salvo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologiametropolitana.it/perche-ci-fissiamo-sulle-persone-sbagliate/">Perchè ci fissiamo sulle persone sbagliate?</a> proviene da <a href="https://www.psicologiametropolitana.it">Psicologia Metropolitana</a>.</p>
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<p>Certe relazioni sentimentali si trascinano a lungo, anche quando è evidente che la sofferenza, l’insoddisfazione e l’astio hanno preso il posto dell’amore, dell’affetto, della stima e di tutto quello che può dare un senso positivo ad un legame tra due persone.</p>



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<p>Quasi a tutti noi è capitato di rimanere legati sentimentalmente a persone che non ci volevano più o con le quali si era sviluppato un rapporto che non era più soddisfacente.<br>L’abbiamo subìto e l’abbiamo prolungato, accanendoci nel perseguire una strada che non ci avrebbe portato a nulla di buono.<br><br>Perchè agiamo in questo modo, contro i nostri stessi interessi?<br><br>Quando le nostre pulsioni vengono investite su un oggetto esterno (l’oggetto d’amore), questo diventa un’estensione del proprio sé. L’oggetto d’amore è inizialmente idealizzato e la relazione è percepita come fonte di ogni appagamento e soddisfazione, in un forte parallelismo con quello che era il legame del neonato con la madre. Il rapporto, di solito, si evolve nel tempo e viene meno l’idealizzazione assoluta, c’è un riconoscimento dell’altro come altro da sé, con i suoi pregi e difetti; in altri termini si scende con i piedi per terra.<br>Talvolta, qualcosa non va o addirittura si delinea una situazione che ci fa soffrire e ci toglie serenità: non era quello che speravamo e siamo delusi, eppure…<br>La percezione di quanto abbiamo investito rimane forte ed è spesso il timore di perdere quanto abbiamo riposto nell’altro che ci trattiene dal fare la scelta più ragionevole. Ecco che tanti innamorati trascurati, umiliati, insoddisfatti si chiedono cosa possano fare di fronte ad una situazione nella quale non sembra esserci più amore, ma solo il ricordo di quel che c’era e soprattutto il rammarico per quel che avrebbe potuto esserci.<br>È difficile ammettere che quell’oggetto d’amore ed estensione di sé non sia così meraviglioso come abbiamo creduto, e per salvarlo siamo disposti a pensare che sia il nostro disagio ad essere esagerato, che la situazione non sia così terribile, evitando di ascoltare tutti i nostri campanelli d’allarme. Ecco che mettiamo a tacere i nostri bisogni, poniamo in dubbio i nostri principi, ritrattiamo i nostri progetti e gradualmente intacchiamo la nostra autostima.<br>Inoltre, per orgoglio o per timore di giudizio, è difficile ammettere lo sbaglio e abbandonare un’impresa, sia pur destinata al fallimento.<br><br>Allo stesso modo, la psicologia sociale ci dimostra che, una volta coinvolti in un investimento, si rimane incastrati in una trappola mentale che ci spinge a continuare a sostenere un progetto infruttuoso, nel quale si sono spesi molti soldi, energie e tempo perché: “Ho investito troppo per mollare ora…”.<br>E “non mollare” significa rimanere agganciati all’investimento passato, che è comunque un costo irrecuperabile, e lasciare che questo determini le nostre scelte future, anche contro i nostri interessi presenti.<br>Soprattutto, però, significa salvaguardare l’oggetto d’amore e, per salvarlo, assumersi la colpa delle dinamiche distruttive, illudendosi di avere il potere di cambiare le cose, quando l’unico potere vero, e sano, sarebbe quello di portarsi in salvo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologiametropolitana.it/perche-ci-fissiamo-sulle-persone-sbagliate/">Perchè ci fissiamo sulle persone sbagliate?</a> proviene da <a href="https://www.psicologiametropolitana.it">Psicologia Metropolitana</a>.</p>
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		<title>Facciamo come se&#8230;</title>
		<link>https://www.psicologiametropolitana.it/facciamo-come-se/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorena Menoncello]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Jul 2021 08:15:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[PSICOLOGIA METROPOLITANA]]></category>
		<category><![CDATA[Amore]]></category>
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		<category><![CDATA[Relazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mi colpisce come, incapaci di aspettare o di sviluppare un rapporto profondo, le persone di ogni età, specialmente quelle molto giovani, scimmiottino le relazioni, quasi fosse un gioco, impazienti di entrare nel ruolo di innamorati. Non sembrano avere lo spazio interiore per sentire profondamente.Non sembrano avere il tempo perché i sentimenti si sviluppino.Non sembra che vedano veramente il presunto oggetto d’amore.Non sembra che abbiano voglia di investire emotivamente su relazioni a lungo termine.Ma fanno tutto come se fosse vero.Un pò come i bambini che giocano al “facciamo che”, fanno come se ci fosse una relazione tra persone, mentre nella realtà sembrerebbe una relazione tra ruoli, tra maschere o tra profili Facebook, senza la consapevolezza che si sta solo fingendo.Si chiamano “amore”, fanno sesso, passano del tempo insieme.I ruoli interpretati vengono cambiati spesso, come si cambia un vestito, quando non piace più, quando la moda passa, quando si vede qualcosa di più bello (e si sa: l’erba del vicino è sempre più verde&#8230;).L’altro, quello che viene chiamato con tanta leggerezza “amore”, non viene troppo preso in considerazione quando viene eliminato: si mette via il gioco e ci si aspetta che tutto finisca lì, senza conseguenze.Rivestire un ruolo già pronto è sicuramente molto rassicurante, soprattutto in un periodo della vita in cui si cercano identità e certezze. Il guaio è che recitare una parte, già scritta da altri, preclude la possibilità di scrivere la propria storia, la possibilità di ascoltarsi e di guardarsi dentro, di sentirsi, di conoscersi e di sperimentarsi, di capire cosa si vuole.Il rischio è di accorgersene troppo tardi, quando, dopo aver coinvolto terzi e quarti, ci si risveglia e ci si accorge di non essere in un gioco.Per questo è importante prendersi i propri tempi, di fronte a una possibile relazione, ascoltare i propri bisogni, percepire se quello che stiamo facendo è una mera imitazione o è espressione del proprio Io.A volte non è difficile capirlo: è il caso di quando ci si sente in dovere di fare delle cose che non condividiamo, magari perché qualcuno se lo aspetta da noi o perché lo fanno tutti.Oppure è la sensazione di inflilarsi in una strada nella quale tutto è scontato, perché così si fa.O ancora, quando cerchiamo di rivestire il primo ruolo che ci viene offerto, perché è meglio di niente, perché senza ci sentiamo nudi, banali, insignificanti.E’ allora che dovrebbe scattare il campanello d’allarme, che non va mai sottovalutato: il vestito che sta bene ad altri non è detto che stia bene a noi.Il vestito che non ci calza a pennello potrebbe impedirci di muoverci in modo naturale o addirittura rallentare il nostro sviluppo o offuscare le nostre percezioni; sia tenerlo che toglierlo può essere molto doloroso per noi stessi e per gli altri.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologiametropolitana.it/facciamo-come-se/">Facciamo come se&#8230;</a> proviene da <a href="https://www.psicologiametropolitana.it">Psicologia Metropolitana</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Mi colpisce come, incapaci di aspettare o di sviluppare un rapporto profondo, le persone di ogni età, specialmente quelle molto giovani, scimmiottino le relazioni, quasi fosse un gioco, impazienti di entrare nel ruolo di innamorati.</p>



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<p>Non sembrano avere lo spazio interiore per sentire profondamente.<br>Non sembrano avere il tempo perché i sentimenti si sviluppino.<br>Non sembra che vedano veramente il presunto oggetto d’amore.<br>Non sembra che abbiano voglia di investire emotivamente su relazioni a lungo termine.<br><br>Ma fanno tutto come se fosse vero.<br><br>Un pò come i bambini che giocano al “facciamo che”, fanno come se ci fosse una relazione tra persone, mentre nella realtà sembrerebbe una relazione tra ruoli, tra maschere o tra profili Facebook, senza la consapevolezza che si sta solo fingendo.<br>Si chiamano “amore”, fanno sesso, passano del tempo insieme.<br>I ruoli interpretati vengono cambiati spesso, come si cambia un vestito, quando non piace più, quando la moda passa, quando si vede qualcosa di più bello (e si sa: l’erba del vicino è sempre più verde&#8230;).<br>L’altro, quello che viene chiamato con tanta leggerezza “amore”, non viene troppo preso in considerazione quando viene eliminato: si mette via il gioco e ci si aspetta che tutto finisca lì, senza conseguenze.<br><br>Rivestire un ruolo già pronto è sicuramente molto rassicurante, soprattutto in un periodo della vita in cui si cercano identità e certezze. Il guaio è che recitare una parte, già scritta da altri, preclude la possibilità di scrivere la propria storia, la possibilità di ascoltarsi e di guardarsi dentro, di sentirsi, di conoscersi e di sperimentarsi, di capire cosa si vuole.<br>Il rischio è di accorgersene troppo tardi, quando, dopo aver coinvolto terzi e quarti, ci si risveglia e ci si accorge di non essere in un gioco.<br>Per questo è importante prendersi i propri tempi, di fronte a una possibile relazione, ascoltare i propri bisogni, percepire se quello che stiamo facendo è una mera imitazione o è espressione del proprio Io.<br>A volte non è difficile capirlo: è il caso di quando ci si sente in dovere di fare delle cose che non condividiamo, magari perché qualcuno se lo aspetta da noi o perché lo fanno tutti.<br>Oppure è la sensazione di inflilarsi in una strada nella quale tutto è scontato, perché così si fa.<br>O ancora, quando cerchiamo di rivestire il primo ruolo che ci viene offerto, perché è meglio di niente, perché senza ci sentiamo nudi, banali, insignificanti.<br><br>E’ allora che dovrebbe scattare il campanello d’allarme, che non va mai sottovalutato: il vestito che sta bene ad altri non è detto che stia bene a noi.<br>Il vestito che non ci calza a pennello potrebbe impedirci di muoverci in modo naturale o addirittura rallentare il nostro sviluppo o offuscare le nostre percezioni; sia tenerlo che toglierlo può essere molto doloroso per noi stessi e per gli altri.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologiametropolitana.it/facciamo-come-se/">Facciamo come se&#8230;</a> proviene da <a href="https://www.psicologiametropolitana.it">Psicologia Metropolitana</a>.</p>
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