Forse perché ci sono sempre meno bambini e sempre più anziani, i bambini spesso diventano come una figura mitologica, poco conosciuta e idealizzata.
Si punta sul proprio figlio come un elemento che completa e deve dare soddisfazione a genitori che diventano tali a un’età sempre più avanzata.
Si vorrebbe che questo unico prodotto della famiglia fosse un capolavoro, e possibilmente fin da subito, quando è ancora bambino.
Si desidera che questo figlio sia la punta di diamante di una vita perfetta o l’unica soddisfazione in una vita insoddisfacente.
Ma cos’è un capolavoro?
Non essendoci più famiglie numerose, i bambini scarseggiano e non ci sono tanti termini di paragone; per questo, quando i figli raggiungono delle normali tappe evolutive, si è convinti di essere di fronte a delle capacità straordinarie. Oppure, di contro, un bambino normale che preferisce giocare invece di imparare 4 lingue, desta grande preoccupazione.
Spesso non viene contemplata, come un valore, la normalità.
Alcuni genitori, invece di vedere il loro bambino per ciò che è, vedono solamente gli obiettivi da fargli raggiungere, trascinandolo in una sfida dopo l’altra, senza riguardo per le reali necessità della persona.
La possibilità di essere di fronte ad un individuo unico, di cui stupirsi e rimanere incantati, per la sua unicità e imprevedibilità, senza richiedere genialità e talenti particolari, non viene spesso colta.
Il genitore perfezionista spesso tormenta anche se stesso, cercando di incarnare il genitore perfetto, di raggiungere un ideale che non permette né pigrizia né stanchezza:
e via di vacanze col baby club (sennò il piccolo si annoia), asilo bilingue (per non fargli perdere occasioni), pigiama party (perché deve socializzare).
Comunque vada a finire, questa corsa all’ideale porta con sè frustrazione e senso di inadeguatezza.
I genitori che non vengono trascinati in questa corsa all’iperstimolazione, ipersocializzazione, iperpresenza, spesso si sentono in colpa; temono di non dare ai loro figli abbastanza spinte e occasioni. Temono che i loro bambini rimangano indietro, emarginati.
In realtà la forza e la capacità di reazione di un bambino nasce spesso in autonomia, confrontandosi con i consueti ostacoli e con le opportunità offerte dalla quotidianità.
Per stimolare l’autonomia non serve mandarlo in vacanza studio dall’altra parte del mondo, basta non sostituirsi a lui quando è a casa.
Per stimolare la socializzazione è sufficiente lasciargli il tempo di giocare spontaneamente con i coetanei al parco, senza doverlo intruppare in mille corsi.
Per stimolare la creatività e il problem solving spesso basta permettergli di affrontarele piccole sfide di tutti i giorni o semplicemente di annoiarsi.
Essere cresciuti con l’ aspettativa perfezionista di dover essere un capolavoro rende gli individui molto egocentrici e fragili, incapaci di affrontare i fallimenti e le inadeguatezze che la vita ci impone.
Crescendo avranno molte probabilità di sviluppare disturbi d’ansia, disturbi ossessivo-compulsivi, disturbi alimentari e senso di colpa per non essere mai abbastanza, riversando a loro volta sull’ambiente questa ansia e questa richiesta di perfezione.
Inoltre è davanti agli occhi di tutti come, di fronte alla frustrazione, sia diffusa la reazione violenta che distrugge o autodistrugge.
È ormai chiaro che si può far danni anche con il troppo amore, generando una continua pressione che fa perdere di vista chi siamo, chi abbiamo davanti a noi e di cosa abbiamo bisogno veramente.
Invece, soffermarsi sui sentimenti e bisogni personali permette di sganciarsi dalle mode e dalle pressioni sociali.
Accettare e accettarsi, ascoltando cosa sia meglio per noi, senza rincorrere una perfezione stereotipata, è una possibilità sana per fornire un modello educativo che permetta di liberarsi da questa schiavitù.





Lorena Menoncello è psicologa e psicoterapeuta dal 1997. Ha svolto attività di ricerca e clinica a Milano con adulti, adolescenti e bambini.
Scrive questo blog per rispondere alle domande che quotidianamente le pongono e si pone.