Il bisogno di trascendenza è riconoscibile nell’essere umano da millenni e si è espresso nella religione, nella filosofia, nell’arte.

Nelle religioni il collegamento tra individuo e il trascendente è sempre stato sostenuto da rituali, luoghi, oggetti. Erano grotte o erano cattedrali, erano ossa di animali o preziosi manufatti, erano offerte sacrificali o canti.
Tutto ciò per non sentirsi un essere minuscolo e insignificante, solo e perso, in un ambiente inspiegabile e incontrollabile.

Tanti riti e tanti mezzi, per chiedere una grazia, per rivolgere un’invocazione, per essere riconosciuti dalla comunità nella propria posizione sociale e sentirsi parte di un Tutto.
È per questo bisogno di trascendenza e di contatto con qualcosa che va oltre la nostra individualità forse, che oggi ci si rivolge alla rete, come in chiesa davanti all’altare.
Cosa significa scrivere su Facebook , rivolgendosi ad un caro estinto: “Papà, farò meglio che posso!” se non servirsi della rete come fosse un tramite o un luogo sacro?
Che importanza ha consultare lo smartphone, appena aperti gli occhi, se non per il bisogno, dopo il sonno, di riaprirsi verso l’altrove, verso l’infinito.
Il nostro oggetto sacro sembra la tastiera; la preghiera è quello che postiamo sul social prescelto, moderna cattedrale, nella quale riunirsi ad ogni ora del giorno e della notte.
Perchè queste chiese hanno le porte sempre aperte e non è necessario vestirsi a festa per recarvisi.

Ecco che così esprimiamo il bisogno di uscire dalle nostre vite per aprirci ad un tutto più grande; e così digitare un’invocazione diventa uno spiraglio verso l’infinito virtuale, a poco prezzo: basta un bit.

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