In questa intervista di fine settembre ho avuto l’opportunità di raccontare i disagi psicologici espressi dai giovani durante il lockdown e la loro risposta emotiva nelle fasi due e tre.

In quel momento i ragazzi andavano ancora a scuola, con tutti gli accorgimenti per la messa in sicurezza, ma ancora con una parvenza di normalità. Poche settimane dopo la scuola avrebbe richiuso i battenti per una fascia di età -quella degli adolescenti- che rimarrà segnata da questa esperienza per il resto della loro vita.
Durante questa seconda chiusura mi si presentano dei disagi molto più acuti rispetto alla primavera. Le fragilità emergono con più forza. Le risorse di molti sembrano esaurirsi progressivamente.
Nelle fantasie dei giovani sembra che il blocco debba durare per sempre e che non vi sia possibilità di cambiamento. La demotivazione è una costante pericolosa, alternata a fasi acute di ansia e rabbia. Se raccontando le guerre del secolo scorso i nonni hanno parlato di azioni coraggiose e di aneddoti impressionanti, i nostri giovani di oggi, che devono “solo” rimanere chiusi in casa, faranno fatica da vecchi a parlare con orgoglio della loro solitudine, del loro senso di vuoto e dell’orizzonte di nulla che gli si srotola davanti.

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