“Mio figlio è intelligentissimo, come fanno gli insegnanti a non capirlo?”.
È questa la domanda con la quale alcuni genitori si rivolgono a me, per una conferma delle loro speranze così tristemente disattese, dopo poche settimane dall’inizio della scuola.

È vero che «ogni scarrafone è bello a mamma sua», ed è vero che generalmente le scuole non sono attrezzate per accogliere ragazzi superdotati, ma in molti casi la spiegazione è più semplice: scuola e famiglia hanno aspettative reciproche talmente opposte, da parlare lingue diverse.

La famiglia e il bambino chiedono: “Accoglimi! Riconoscimi!”.
La scuola e l’insegnante chiedono: “Adattati! Dimostrami!”

Queste richieste apparentemente inconciliabili, rappresentano l’equivalente di sostenere un esame in una lingua diversa da quella dell’esaminatore: fallimento e insoddisfazione assicurati.
La tentazione di attribuire tutta la colpa alla scuola è solitamente la prima mossa: gli insegnanti non lo capiscono, mia figlio si annoia, l’hanno preso di mira, non è colpa sua, non possono trattarlo così, rivolgiamoci al dirigente…

E’ quello che gli psicologi chiamano attribuzione causale esterna.

E questa ha due svantaggi fondamentali:
1) attribuisce all’esterno le cause dell’insuccesso, quindi si rimane impotenti davanti a quel che accade, si subisce passivamente, provando solo rabbia;
2) non viene presa in considerazione la possibilità di cambiare il proprio approccio al problema, per cercare di avere una migliore riuscita.

Inoltre, dare troppo peso a un origine esterna, del proprio insuccesso o disagio, genera una spreco di energia psicologica che si trasforma in rabbia contro il presunto nemico esterno.

Molto meglio dire: “ Ok, la situazione è questa, ma io cosa posso fare per affrontarla al meglio, con le mie risorse?”, “L’insegnante ha queste richieste, io cosa posso fare per rispondere adeguatamente?”, oppure :“La scuola ha queste pretese, come può mio figlio (che io ritengo dotato) cogliere la sfida per sviluppare anche questa abilità?”.
Sono questi gli atteggiamenti propositivi adeguati per trasmettere ai ragazzi la possibilità di mettersi in gioco sempre, senza rimanere impotenti a lamentarsi, aspettando qualcosa che mai accade.
Sono queste le esperienze costruttive che li possono rendere artefici della propria sorte.

In fondo, nemmeno nei videogiochi i nemici arrivano come e dove vogliamo noi.

Saper individuare in se stessi i mezzi adeguati, per affrontare le situazioni che non ci aspettiamo, è una grande iniezione di fiducia e una lezione di adattamento attivo alle richieste del contesto.

E, in una prospettiva di crescita, come non riconoscere l’utilità dell’elasticità intellettiva per un futuro, il loro, che ci sta tanto a cuore?

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