Tanti ragazzi abbandonano l’attività sportiva a causa dell’insoddisfazione per la propria esperienza atletica.
Dopo aver fatto sport per un lungo periodo, pomeriggi impegnati per anni durante l’età della preadolescenza, investendo tempo e denaro, di punto in bianco i ragazzi lasciano l’attività.

La scusa ufficiale, spesso, è la mancanza di tempo, il cambio di scuola, gli impegni sempre più intensi.
La verità talvolta è un’altra: pensavano fosse sport e invece era “faccio finta di essere un campione”.
Infatti, una volta fatta esperienza di ripetuti insuccessi e capito che il podio non è così a portata di mano, si intuisce che “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare” e…si abbandona.
È un abbandono carico di insoddisfazione, che talvolta sfocia in forme di avversione per l’attività fisica e sportiva in generale, perché il confronto tra il sogno e la realtà diventa intollerabile.

Nell’immaginario, essere un campione non contempla tanta frustrazione, la possibilità di perdere, di essere sconfitti più e più volte.
Nell’immaginario, essere un campione prevede uno stato di grazia, di gloria, senza lacrime, senza dolori e…spesso senza passione.
Forse, la passione c’era inizialmente, ma poi è stata sostituita da altro.

Infatti, quando un bambino comincia a praticare sport, oltre al naturale aspetto giocoso, convergono una serie di aspettative di successo, di fama e di rivalsa da parte della famiglia e magari anche dell’allenatore.
L’obbligo di farsi notare può rovinare il piacere e soffocare la passione per quello che si sta facendo.
È simile a quello che accade a scuola, quando ci si preoccupa solo dei voti e non si gode la gioia di scoprire e di imparare.
Quando conta solo la visibilità e la prospettiva di un guadagno futuro, lo “sport” diventa solo un mezzo, uno dei tanti possibili.

Ho avuto tante occasioni di osservare genitori e allenatori che, come macchine da guerra, usavano il loro piccolo atleta come un ariete, per raggiungere rivalse e soddisfazioni personali.
Trovo queste dinamiche molto tristi perché soffocano una forza meravigliosa.
È sufficiente andare ad una corsa campestre, in mezzo al fango, al freddo o sotto la pioggia, per vedere centinaia di atleti, di svariate età, che corrono per passione e questa è così forte da farmi sempre emozionare.
Che cosa può cancellare tutto ciò, mi chiedo?
Cosa può essere più forte di questa energia meravigliosa?
Qualcuno afferma che l’agonismo è dannoso; io non sono d’accordo.
I bambini gareggiano da sempre: con se stessi quando saltano alla corda o quando giocano sul tablet, e con gli altri quando giocano a “ce l’hai!”, quando giocano a carte, quando giocano sull’Xbox, quando cercano di tirare un sasso per centrare un bersaglio.
Lo sport è un insegnamento di vita e non c’è sport senza agonismo.
Non c’è divertimento sportivo senza agonismo, ma quando ci si focalizza sulla vittoria ad ogni costo, allora l’agonismo diventa una guerra, in cui non ha importanza che l’atleta si distrugga per annientare il rivale e per compiacere il genitore e l’allenatore.
Così perde d’importanza la propria prestazione in gara, il proprio miglioramento, l’impegno nel gesto tecnico, l’etica del gioco.
Questo soffoca il piacere del gioco, l’importanza del confronto con se stessi e con i concorrenti.
Si perde la motivazione profonda, che è passione, e subentra l’ansia, perché ci si osserva con l’occhio esterno e superficiale di chi vuole solo i risultati.
Credo di aver ascoltato troppe volte qualcuno, spesso senza nessuna carriera sportiva di rilievo alle spalle, giudicare spietatamente gli atleti, senza nessun rispetto per la persona, l’impegno, i sacrifici, come se stesse giudicando un’automobile al concessionario.
Una critica distruttiva, che esprime le insicurezze di chi la fa, non porta a nulla di buono dal punto di vista educativo e spaventa e umilia chi la riceve, fino a farlo scappare.

Evitiamo quindi ai nostri ragazzi gli “educatori” che esprimono la loro insicurezza o la loro frustrazione con una dannosa dose di aggressività (che non è grinta) e di disprezzo (che non è superiorità).
Evitiamo per i piccoli atleti gli allenatori che non insegnano il rispetto per gli avversari e il rispetto per chi cade perché «Chi cammina talvolta cade. Solo chi sta seduto non cade mai.»
Scegliamo quelli con la passione, che fa superare i propri limiti ed è una risorsa alla quale si può sempre attingere in qualunque ambito, per dare forza anche nei momenti più difficili.

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