Un tempo il ruolo paterno era chiaro e definito. Quello era il tempo della società patriarcale, del padre padrone che imponeva limiti e dava esempi. L’educazione avveniva attraverso l’inoculazione del senso di colpa ed il ruolo paterno e materno erano distinti e non sovrapponibili, appartenendo a mondi ben distinti.

Il ruolo materno, come ruolo della cura, con tratti comuni e universali, usava un linguaggio affettivo, fino a qualche decennio fa per lo più ignorato dal mondo del padre.
Oggi invece, scrive lo psicanalista Fornari, anche gli uomini hanno imparato a fare le madri, ma sembra che nessuno voglia più fare il padre.
Questo è pericoloso, perché il padre come individuo, ma anche come elemento psicologico e come ruolo normativo, portatore di regole e valori, ponte verso il nuovo e verso il sociale ha una funzione educativa e progettuale che, pur essendosi evoluta nel tempo, rimane sempre molto importante.
Lo psicanalista Cavallari parla del registro paterno come ispirato al principio di libertà e di responsabilità in opposizione a quello della madre ispirato alla priorità di proteggere il figlio dai pericoli del mondo. Questa distinzione di funzioni viene spesso annullata dalla sovrapposizione di posizioni, con padri che diventano i protettori del figlio, ed invece di costituire un ponte verso il mondo esterno lo ricacciano nella dipendenza e nell’irresponsabilità, nell’illusione di onnipotenza.
Il ruolo del paterno può essere non solo normativo, ma anche di promozione dei passaggi creativi verso nuove forme di umanità, favorendo la crescita e l’autonomia, intercettando le potenzialità e direzionandole verso l’evoluzione, spingendo a mettersi alla prova, nel rispetto delle regole.
Quando il padre rinuncia al suo ruolo, o più in generale manca un registro paterno, i figli restano in balia della relazione duale con il mondo materno, senza poter aprirsi alla triangolazione, restando nell’ ipotesi migliore in un’adolescenza interminabile.
Talvolta la mancanza di un ruolo paterno (per esempio, con un padre amicone o un padre evitante) può lasciare il figlio in balia di un mondo privo di regole, magari con l’altro genitore, lasciato da solo, ad impegnarsi faticosamente su tutti i fronti.
E quando il figlio cresce in un mondo di onnipotenza, facilmente inseguirà come obiettivo di vita questa stessa onnipotenza, una ricerca narcisistica di soddisfazione anche consumistica, vivendo ogni limite, ogni ostacolo, come un insopportabile fallimento.
Ed ecco che al senso di fallimento seguono troppo spesso reazioni estreme che vediamo spesso intorno a noi, nella cronaca di tutti i giorni.
La violenza e il bisogno di annientare se stessi o l’altro sono generati dalla mancanza di quell’istanza regolatrice che è rappresentata dal ruolo paterno, non è un caso se nelle carceri i giovani privi di padre sono presenti in percentuali molto più alte.
Avere un genitore che giochi un valido ruolo paterno favorisce nei figli lo sviluppo di strumenti per sopportare un dolore o un desiderio, una fatica o una sfida, ma soprattutto insegna come poter trasformare le emozioni -anziché in violenza o in morte- in forza positiva, in creatività, in vita.

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