Quando pensiamo al denaro ci può sembrare un mezzo di scambio neutro, che non ha una valenza emotiva e che non ha un grande effetto sui nostri intenti o disposizioni relazionali.

Invece, il rapporto con il denaro è legato a vicende emozionali e affettive infantili molto primitive, per questo il suo significato è complesso e profondo.

Una componente di questa profondità è correlata al nutrimento affettivo e all’amore che è stato dato alla persona dalle figure di riferimento e dall’ambiente. Si può averne ricevuto a sufficienza, tanto da esserne sazi e fiduciosi di averne sempre in abbondanza; oppure non averne ricevuto a sufficienza ed essere rimasti con un senso di insoddisfazione e di ingiustizia, un bisogno di rivalsa costante.
Ed è facile rivedere in queste esperienze relazionali primitive l’embrione di un atteggiamento futuro rilassato, prodigo o fiducioso, oppure al contrario avido, diffidente e arrabbiato nei confronti del denaro.

Un altro elemento influente, sosteneva Freud, è correlato al controllo delle proprie feci e alla capacità, appresa durante la fase anale tra il secondo e il terzo anno di vita, di trattenerle o rilasciarle.
Su questa equivalenza simbolica, feci=denaro, si basa la spiegazione psicoanalitica sia dell’avarizia e del bisogno di accumulare, sia della prodigalità, la capacità di donare o il bisogno di scialacquare, ma anche del pudore per l’argomento denaro e dell’idea che il denaro sia sporco.

In alcuni individui, più che in altri, si nota il bisogno di potere e di autoaffermazione attraverso la ricchezza; per questo gruppo sembra determinante avere un buon conto in banca, come per un leone avere una bella criniera.

Perfino i rapporti reciproci e le relazioni di potere tra i membri di una famiglia sono spesso collegati con le risorse di cui ciascuno dispone. Il denaro è strumento di indipendenza, utile per esempio nell’adolescenza, per emanciparsi dalla dipendenza dalla propria famiglia, attraverso piccoli lavoretti che consentono un piccolo guadagno; oppure è uno strumento di ricatto e di strumentalizzazione.
Ma è anche uno strumento di autorealizzazione, di riconoscimento del proprio valore e di riconoscimento nel gruppo.

Un capitolo importante riguarda la potenza simbolica ed emotiva delle eredità che scatenano nelle famiglie delle faide così importanti da arrivare alla distruzione di ogni rapporto.
In questi casi il significato della trasmissione dei beni va ben oltre le semplici prescrizioni della legge, in quanto include valori affettivi e aspettative di riconoscimento che trascendono il valore materiale. Infatti, una persona, passando a miglior vita, lascia il segno della sua presenza terrena, trasmettendo dei benefici materiali alle persone a cui voleva bene o punendone o trascurandone a posteriori delle altre.
È un ultimo messaggio che può essere vissuto in molti modi: non mi voleva bene, non ero importante, l’altro era il preferito, e via di questo passo.
Spesso per salvare la memoria del defunto, gli eredi/contendenti si scagliano l’uno contro l’altro, trasferendo sui vivi il rancore e la rabbia che covano nei suoi confronti per non essere stati i prescelti.
Ci sono faide che non sono chiaramente giustificate dal valore economico in sé, ma che esprimono il bisogno di contendersi quel che resta (affettivamente) del defunto.
Come se di fondo agissero una gelosia e una sofferenza emotiva che non sono chiaramente elaborate e che vengono spesso mascherate da una ricerca concreta di giustizia.
È un peccato non essere consapevoli che l’eredità più grande lasciata da chi non c’è più è l’eredità affettiva, il ricordo condiviso, il legame tra le persone che hanno conosciuto e amato il defunto.
Si diventa l’uno per l’altro fonte di ricordi, la prova che qualcosa è rimasto, che non si è soli.
Questa è la ricchezza alla quale si può attingere per sempre, senza dover essere i prescelti.

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