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	<title>Figli Archivi - Psicologia Metropolitana</title>
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	<description>Osservazioni di vita quotidiana</description>
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	<title>Figli Archivi - Psicologia Metropolitana</title>
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	<item>
		<title>Genitori perfezionisti</title>
		<link>https://www.psicologiametropolitana.it/genitori-perfezionisti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorena Menoncello]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Jan 2025 15:00:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[PSICOLOGIA METROPOLITANA]]></category>
		<category><![CDATA[Amore]]></category>
		<category><![CDATA[Ansia]]></category>
		<category><![CDATA[Bambini]]></category>
		<category><![CDATA[Creatività]]></category>
		<category><![CDATA[Delusione]]></category>
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		<category><![CDATA[Genitori]]></category>
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		<category><![CDATA[Senso di colpa]]></category>
		<category><![CDATA[Sviluppo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Forse perché ci sono sempre meno bambini e sempre più anziani, i bambini spesso diventano come una figura mitologica, poco conosciuta e idealizzata. Si punta sul proprio figlio come un elemento che completa e deve dare soddisfazione a genitori che diventano tali a un’età sempre più avanzata.Si vorrebbe che questo unico prodotto della famiglia fosse un capolavoro, e possibilmente fin da subito, quando è ancora bambino.Si desidera che questo figlio sia la punta di diamante di una vita perfetta o l’unica soddisfazione in una vita insoddisfacente.Ma cos’è un capolavoro?Non essendoci più famiglie numerose, i bambini scarseggiano e non ci sono tanti termini di paragone; per questo, quando i figli raggiungono delle normali tappe evolutive, si è convinti di essere di fronte a delle capacità straordinarie. Oppure, di contro, un bambino normale che preferisce giocare invece di imparare 4 lingue, desta grande preoccupazione. Spesso non viene contemplata, come un valore, la normalità.Alcuni genitori, invece di vedere il loro bambino per ciò che è, vedono solamente gli obiettivi da fargli raggiungere, trascinandolo in una sfida dopo l’altra, senza riguardo per le reali necessità della persona.La possibilità di essere di fronte ad un individuo unico, di cui stupirsi e rimanere incantati, per la sua unicità e imprevedibilità, senza richiedere genialità e talenti particolari, non viene spesso colta.Il genitore perfezionista spesso tormenta anche se stesso, cercando di incarnare il genitore perfetto, di raggiungere un ideale che non permette né pigrizia né stanchezza: e via di vacanze col baby club (sennò il piccolo si annoia), asilo bilingue (per non fargli perdere occasioni), pigiama party (perché deve socializzare).Comunque vada a finire, questa corsa all’ideale porta con sè frustrazione e senso di inadeguatezza.I genitori che non vengono trascinati in questa corsa all’iperstimolazione, ipersocializzazione, iperpresenza, spesso si sentono in colpa; temono di non dare ai loro figli abbastanza spinte e occasioni. Temono che i loro bambini rimangano indietro, emarginati.In realtà la forza e la capacità di reazione di un bambino nasce spesso in autonomia, confrontandosi con i consueti ostacoli e con le opportunità offerte dalla quotidianità.Per stimolare l’autonomia non serve mandarlo in vacanza studio dall’altra parte del mondo, basta non sostituirsi a lui quando è a casa.Per stimolare la socializzazione è sufficiente lasciargli il tempo di giocare spontaneamente con i coetanei al parco, senza doverlo intruppare in mille corsi.Per stimolare la creatività e il problem solving spesso basta permettergli di affrontarele piccole sfide di tutti i giorni o semplicemente di annoiarsi. Essere cresciuti con l’ aspettativa perfezionista di dover essere un capolavoro rende gli individui molto egocentrici e fragili, incapaci di affrontare i fallimenti e le inadeguatezze che la vita ci impone.Crescendo avranno molte probabilità di sviluppare disturbi d’ansia, disturbi ossessivo-compulsivi, disturbi alimentari e senso di colpa per non essere mai abbastanza, riversando a loro volta sull’ambiente questa ansia e questa richiesta di perfezione.Inoltre è davanti agli occhi di tutti come, di fronte alla frustrazione, sia diffusa la reazione violenta che distrugge o autodistrugge.È ormai chiaro che si può far danni anche con il troppo amore, generando una continua pressione che fa perdere di vista chi siamo, chi abbiamo davanti a noi e di cosa abbiamo bisogno veramente.Invece, soffermarsi sui sentimenti e bisogni personali permette di sganciarsi dalle mode e dalle pressioni sociali.Accettare e accettarsi, ascoltando cosa sia meglio per noi, senza rincorrere una perfezione stereotipata, è una possibilità sana per fornire un modello educativo che permetta di liberarsi da questa schiavitù.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologiametropolitana.it/genitori-perfezionisti/">Genitori perfezionisti</a> proviene da <a href="https://www.psicologiametropolitana.it">Psicologia Metropolitana</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Forse perché ci sono sempre meno bambini e sempre più anziani, i bambini spesso diventano come una figura mitologica, poco conosciuta e idealizzata.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Si punta sul proprio figlio come un elemento che completa e deve dare soddisfazione a genitori che diventano tali a un’età sempre più avanzata.<br>Si vorrebbe che questo unico prodotto della famiglia fosse un capolavoro, e possibilmente fin da subito, quando è ancora bambino.<br>Si desidera che questo figlio sia la punta di diamante di una vita perfetta o l’unica soddisfazione in una vita insoddisfacente.<br><br>Ma cos’è un capolavoro?<br><br>Non essendoci più famiglie numerose, i bambini scarseggiano e non ci sono tanti termini di paragone; per questo, quando i figli raggiungono delle normali tappe evolutive, si è convinti di essere di fronte a delle capacità straordinarie. Oppure, di contro, un bambino normale che preferisce giocare invece di imparare 4 lingue, desta grande preoccupazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Spesso non viene contemplata, come un valore, la normalità.<br><br>Alcuni genitori, invece di vedere il loro bambino per ciò che è, vedono solamente gli obiettivi da fargli raggiungere, trascinandolo in una sfida dopo l’altra, senza riguardo per le reali necessità della persona.<br>La possibilità di essere di fronte ad un individuo unico, di cui stupirsi e rimanere incantati, per la sua unicità e imprevedibilità, senza richiedere genialità e talenti particolari, non viene spesso colta.<br>Il genitore perfezionista spesso tormenta anche se stesso, cercando di incarnare il genitore perfetto, di raggiungere un ideale che non permette né pigrizia né stanchezza:<br> e via di vacanze col baby club (sennò il piccolo si annoia), asilo bilingue (per non fargli perdere occasioni), pigiama party (perché deve socializzare).<br><br>Comunque vada a finire, questa corsa all’ideale porta con sè frustrazione e senso di inadeguatezza.<br>I genitori che non vengono trascinati in questa corsa all’iperstimolazione, ipersocializzazione, iperpresenza, spesso si sentono in colpa; temono di non dare ai loro figli abbastanza spinte e occasioni. Temono che i loro bambini rimangano indietro, emarginati.<br><br>In realtà la forza e la capacità di reazione di un bambino nasce spesso in autonomia, confrontandosi con i consueti ostacoli e con le opportunità offerte dalla quotidianità.<br>Per stimolare l’autonomia non serve mandarlo in vacanza studio dall’altra parte del mondo, basta non sostituirsi a lui quando è a casa.<br>Per stimolare la socializzazione è sufficiente lasciargli il tempo di giocare spontaneamente con i coetanei al parco, senza doverlo intruppare in mille corsi.<br>Per stimolare la creatività e il problem solving spesso basta permettergli di affrontarele piccole sfide di tutti i giorni o semplicemente di annoiarsi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Essere cresciuti con l’ aspettativa perfezionista di dover essere un capolavoro rende gli individui molto egocentrici e fragili, incapaci di affrontare i fallimenti e le inadeguatezze che la vita ci impone.<br>Crescendo avranno molte probabilità di sviluppare disturbi d’ansia, disturbi ossessivo-compulsivi, disturbi alimentari e senso di colpa per non essere mai abbastanza, riversando a loro volta sull’ambiente questa ansia e questa richiesta di perfezione.<br>Inoltre è davanti agli occhi di tutti come, di fronte alla frustrazione, sia diffusa la reazione violenta che distrugge o autodistrugge.<br><br>È ormai chiaro che si può far danni anche con il troppo amore, generando una continua pressione che fa perdere di vista chi siamo, chi abbiamo davanti a noi e di cosa abbiamo bisogno veramente.<br>Invece, soffermarsi sui sentimenti e bisogni personali permette di sganciarsi dalle mode e dalle pressioni sociali.<br><br>Accettare e accettarsi, ascoltando cosa sia meglio per noi, senza rincorrere una perfezione stereotipata, è una possibilità sana per fornire un modello educativo che permetta di liberarsi da questa schiavitù.</p>
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		<item>
		<title>Servono ancora i padri?</title>
		<link>https://www.psicologiametropolitana.it/servono-ancora-i-padri/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorena Menoncello]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Feb 2024 15:00:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[PSICOLOGIA METROPOLITANA]]></category>
		<category><![CDATA[Adolescenti]]></category>
		<category><![CDATA[Educare]]></category>
		<category><![CDATA[Educazione]]></category>
		<category><![CDATA[Figli]]></category>
		<category><![CDATA[Madre]]></category>
		<category><![CDATA[Norme]]></category>
		<category><![CDATA[Onnipotenza]]></category>
		<category><![CDATA[Padre]]></category>
		<category><![CDATA[Registro paterno]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un tempo il ruolo paterno era chiaro e definito. Quello era il tempo della società patriarcale, del padre padrone che imponeva limiti e dava esempi. L’educazione avveniva attraverso l’inoculazione del senso di colpa ed il ruolo paterno e materno erano distinti e non sovrapponibili, appartenendo a mondi ben distinti. Il ruolo materno, come ruolo della cura, con tratti comuni e universali, usava un linguaggio affettivo, fino a qualche decennio fa per lo più ignorato dal mondo del padre.Oggi invece, scrive lo psicanalista Fornari, anche gli uomini hanno imparato a fare le madri, ma sembra che nessuno voglia più fare il padre.Questo è pericoloso, perché il padre come individuo, ma anche come elemento psicologico e come ruolo normativo, portatore di regole e valori, ponte verso il nuovo e verso il sociale ha una funzione educativa e progettuale che, pur essendosi evoluta nel tempo, rimane sempre molto importante.Lo psicanalista Cavallari parla del registro paterno come ispirato al principio di libertà e di responsabilità in opposizione a quello della madre ispirato alla priorità di proteggere il figlio dai pericoli del mondo. Questa distinzione di funzioni viene spesso annullata dalla sovrapposizione di posizioni, con padri che diventano i protettori del figlio, ed invece di costituire un ponte verso il mondo esterno lo ricacciano nella dipendenza e nell’irresponsabilità, nell’illusione di onnipotenza.Il ruolo del paterno può essere non solo normativo, ma anche di promozione dei passaggi creativi verso nuove forme di umanità, favorendo la crescita e l’autonomia, intercettando le potenzialità e direzionandole verso l’evoluzione, spingendo a mettersi alla prova, nel rispetto delle regole.Quando il padre rinuncia al suo ruolo, o più in generale manca un registro paterno, i figli restano in balia della relazione duale con il mondo materno, senza poter aprirsi alla triangolazione, restando nell’ ipotesi migliore in un’adolescenza interminabile.Talvolta la mancanza di un ruolo paterno (per esempio, con un padre amicone o un padre evitante) può lasciare il figlio in balia di un mondo privo di regole, magari con l’altro genitore, lasciato da solo, ad impegnarsi faticosamente su tutti i fronti.E quando il figlio cresce in un mondo di onnipotenza, facilmente inseguirà come obiettivo di vita questa stessa onnipotenza, una ricerca narcisistica di soddisfazione anche consumistica, vivendo ogni limite, ogni ostacolo, come un insopportabile fallimento.Ed ecco che al senso di fallimento seguono troppo spesso reazioni estreme che vediamo spesso intorno a noi, nella cronaca di tutti i giorni.La violenza e il bisogno di annientare se stessi o l’altro sono generati dalla mancanza di quell’istanza regolatrice che è rappresentata dal ruolo paterno, non è un caso se nelle carceri i giovani privi di padre sono presenti in percentuali molto più alte.Avere un genitore che giochi un valido ruolo paterno favorisce nei figli lo sviluppo di strumenti per sopportare un dolore o un desiderio, una fatica o una sfida, ma soprattutto insegna come poter trasformare le emozioni -anziché in violenza o in morte- in forza positiva, in creatività, in vita.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Un tempo il ruolo paterno era chiaro e definito. Quello era il tempo della società patriarcale, del padre padrone che imponeva limiti e dava esempi. L’educazione avveniva attraverso l’inoculazione del senso di colpa ed il ruolo paterno e materno erano distinti e non sovrapponibili, appartenendo a mondi ben distinti.</p>



<span id="more-8024"></span>



<p class="wp-block-paragraph">Il ruolo materno, come ruolo della cura, con tratti comuni e universali, usava un linguaggio affettivo, fino a qualche decennio fa per lo più ignorato dal mondo del padre.<br>Oggi invece, scrive lo psicanalista Fornari, anche gli uomini hanno imparato a fare le madri, ma sembra che nessuno voglia più fare il padre.<br>Questo è pericoloso, perché il padre come individuo, ma anche come elemento psicologico e come ruolo normativo, portatore di regole e valori, ponte verso il nuovo e verso il sociale ha una funzione educativa e progettuale che, pur essendosi evoluta nel tempo, rimane sempre molto importante.<br>Lo psicanalista Cavallari parla del registro paterno come ispirato al principio di libertà e di responsabilità in opposizione a quello della madre ispirato alla priorità di proteggere il figlio dai pericoli del mondo. Questa distinzione di funzioni viene spesso annullata dalla sovrapposizione di posizioni, con padri che diventano i protettori del figlio, ed invece di costituire un ponte verso il mondo esterno lo ricacciano nella dipendenza e nell’irresponsabilità, nell’illusione di onnipotenza.<br>Il ruolo del paterno può essere non solo normativo, ma anche di promozione dei passaggi creativi verso nuove forme di umanità, favorendo la crescita e l’autonomia, intercettando le potenzialità e direzionandole verso l’evoluzione, spingendo a mettersi alla prova, nel rispetto delle regole.<br>Quando il padre rinuncia al suo ruolo, o più in generale manca un registro paterno, i figli restano in balia della relazione duale con il mondo materno, senza poter aprirsi alla triangolazione, restando nell’ ipotesi migliore in un’adolescenza interminabile.<br>Talvolta la mancanza di un ruolo paterno (per esempio, con un padre amicone o un padre evitante) può lasciare il figlio in balia di un mondo privo di regole, magari con l’altro genitore, lasciato da solo, ad impegnarsi faticosamente su tutti i fronti.<br>E quando il figlio cresce in un mondo di onnipotenza, facilmente inseguirà come obiettivo di vita questa stessa onnipotenza, una ricerca narcisistica di soddisfazione anche consumistica, vivendo ogni limite, ogni ostacolo, come un insopportabile fallimento.<br>Ed ecco che al senso di fallimento seguono troppo spesso reazioni estreme che vediamo spesso intorno a noi, nella cronaca di tutti i giorni.<br>La violenza e il bisogno di annientare se stessi o l’altro sono generati dalla mancanza di quell’istanza regolatrice che è rappresentata dal ruolo paterno, non è un caso se nelle carceri i giovani privi di padre sono presenti in percentuali molto più alte.<br>Avere un genitore che giochi un valido ruolo paterno favorisce nei figli lo sviluppo di strumenti per sopportare un dolore o un desiderio, una fatica o una sfida, ma soprattutto insegna come poter trasformare le emozioni -anziché in violenza o in morte- in forza positiva, in creatività, in vita.</p>
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		<item>
		<title>Genitori angosciati</title>
		<link>https://www.psicologiametropolitana.it/genitori-angosciati/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorena Menoncello]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Jan 2023 10:00:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[PSICOLOGIA METROPOLITANA]]></category>
		<category><![CDATA[Angoscia]]></category>
		<category><![CDATA[Ansia]]></category>
		<category><![CDATA[Bambini]]></category>
		<category><![CDATA[Bullismo]]></category>
		<category><![CDATA[Disturbi alimentari]]></category>
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		<category><![CDATA[Ricatto]]></category>
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		<category><![CDATA[Studiare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Alcuni genitori si sentono quasi in dovere di essere sempre preoccupati per i propri figli, come se fosse la garanzia di essere dei genitori migliori. Purtroppo, il genitore che vive nell’ansia non ha un comportamento più funzionale rispetto a chi è fiducioso.È vero, in realtà, proprio il contrario: chi si preoccupa per una problematica particolare del proprio bambino, finisce spesso per imbattersi esattamente in quanto temeva.Infatti, laddove si focalizza la preoccupazione, è più probabile che nasca un problema.Immaginiamo il genitore angosciato dal fatto che il proprio bambino non mangi abbastanza: si avvicinerà a questa esperienza, carico di paure e, al primo accenno di inappetenza, innescherà facilmente una reazione di ansia e manipolazione.Oltretutto, il bambino sentirà immediatamente quale sia la leva per attirare l’attenzione su di sé e conquistare tutto quello che, senza l’angoscia del genitore, non avrebbe potuto ottenere. Per esempio, “guarda pure la tv mentre mangi, pur che mangi…”.Oppure, il genitore che ha il terrore che il figlio venga bullizzato: non appena il piccolo è al parco giochi e un bambino gli prende la palla, il genitore entra in agitazione perché gli sembra che il figlio non reagisca in modo abbastanza deciso. Per questo lo incalza, con ansia, facendolo sentire inadeguato, facendogli percepire la situazione come pericolosa, angosciante e creando un disagio laddove non ce n’era uno. E la volta successiva, il bambino probabilmente non vorrà più andare al parco giochi, rafforzando la certezza del genitore che il figlio sia inadeguato.Come si può capire, l’angoscia per un’area dello sviluppo del figlio si accompagna implicitamente alla sfiducia nelle risorse del bambino e, in generale, alla convinzione che l’adulto debba proteggerlo e dirigerlo in tutto, perché altrimenti: “chissà cosa succede…”.Queste convinzioni portano con sé messaggi estremamente dannosi, che distruggono l’iniziativa e la fiducia in se stessi e possono portare a dinamiche di manipolazione e ricatti.E’ un effetto domino quello che si scatena, in cui il bambino si ritrae timoroso e l’adulto diventa sempre più attivo e sempre più allarmato.Allo stesso modo, si sviluppa questa dinamica disfunzionale tra figlio che non mangia, non studia, non dorme, non vuole usare il vasino, non socializza, e gli adulti intorno a lui. Spesso questi ultimi ne parlano continuamente, facendo diventare il “Problema” protagonista in ogni discussione, inducendo nel bambino un senso di importanza e di potere.Per interrompere il circolo vizioso, si consiglia ai genitori di non parlare di questa situazione e, soprattutto, di non parlarne con nonni, amici e parenti, affinché si eviti di sviluppare una cassa di risonanza, che per lui è un vantaggio secondario irresistibile.Le aspettative degli adulti sui bambini si autoavverano spesso, non perché gli adulti siano dei veggenti, ma perché nel bene e nel male le loro aspettative hanno una grande influenza.Ogni volta che diciamo, angosciati, ai nostri figli: “ma saprai difenderti?”, “ti comporterai bene?”, “ temo che quest’anno tu stia rischiando la bocciatura”, “se sei distratto come al solito, non vincerai la gara”, “se non mangi la nonna piange”, “perché non ti hanno invitato alla festa?” poniamo l’attenzione su quello che temiamo e sul pericolo che potrebbe incombere.L’immaginazione e le aspettative negative assumono, allora, grande importanza e si amplificano, impedendo la percezione delle altre opportunità: quelle non drammatiche.In questo modo, si perde e si fa perdere di vista la realtà, che è ancora lì, ancora tutta da costruire e sperimentare e che ha bisogno di essere osservata con attenzione, per afferrarne la potenzialità positiva.Pertanto, l’angoscia anticipatoria, anziché proteggere, ostacola la scoperta di possibilità positive, che invece ci sono sempre.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Alcuni genitori si sentono quasi in dovere di essere sempre preoccupati per i propri figli, come se fosse la garanzia di essere dei genitori migliori.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Purtroppo, il genitore che vive nell’ansia non ha un comportamento più funzionale rispetto a chi è fiducioso.<br>È vero, in realtà, proprio il contrario: chi si preoccupa per una problematica particolare del proprio bambino, finisce spesso per imbattersi esattamente in quanto temeva.<br><br><em>Infatti, laddove si focalizza la preoccupazione, è più probabile che nasca un problema.<br></em><br>Immaginiamo il genitore angosciato dal fatto che il proprio bambino non mangi abbastanza: si avvicinerà a questa esperienza, carico di paure e, al primo accenno di inappetenza, innescherà facilmente una reazione di ansia e manipolazione.<br>Oltretutto, il bambino sentirà immediatamente quale sia la leva per attirare l’attenzione su di sé e conquistare tutto quello che, senza l’angoscia del genitore, non avrebbe potuto ottenere. Per esempio, “guarda pure la tv mentre mangi, pur che mangi…”.<br><br>Oppure, il genitore che ha il terrore che il figlio venga bullizzato: non appena il piccolo è al parco giochi e un bambino gli prende la palla, il genitore entra in agitazione perché gli sembra che il figlio non reagisca in modo abbastanza deciso. Per questo lo incalza, con ansia, facendolo sentire inadeguato, facendogli percepire la situazione come pericolosa, angosciante e creando un disagio laddove non ce n’era uno. E la volta successiva, il bambino probabilmente non vorrà più andare al parco giochi, rafforzando la certezza del genitore che il figlio sia inadeguato.<br><br>Come si può capire, l’angoscia per un’area dello sviluppo del figlio si accompagna implicitamente alla sfiducia nelle risorse del bambino e, in generale, alla convinzione che l’adulto debba proteggerlo e dirigerlo in tutto, perché altrimenti: “chissà cosa succede…”.<br>Queste convinzioni portano con sé messaggi estremamente dannosi, che distruggono l’iniziativa e la fiducia in se stessi e possono portare a dinamiche di manipolazione e ricatti.<br>E’ un effetto domino quello che si scatena, in cui il bambino si ritrae timoroso e l’adulto diventa sempre più attivo e sempre più allarmato.<br>Allo stesso modo, si sviluppa questa dinamica disfunzionale tra figlio che non mangia, non studia, non dorme, non vuole usare il vasino, non socializza, e gli adulti intorno a lui. Spesso questi ultimi ne parlano continuamente, facendo diventare il “Problema” protagonista in ogni discussione, inducendo nel bambino un senso di importanza e di potere.<br><br>Per interrompere il circolo vizioso, si consiglia ai genitori di non parlare di questa situazione e, soprattutto, di non parlarne con nonni, amici e parenti, affinché si eviti di sviluppare una cassa di risonanza, che per lui è un vantaggio secondario irresistibile.<br>Le aspettative degli adulti sui bambini si autoavverano spesso, non perché gli adulti siano dei veggenti, ma perché nel bene e nel male le loro aspettative hanno una grande influenza.<br><br>Ogni volta che diciamo, angosciati, ai nostri figli: “ma saprai difenderti?”, “ti comporterai bene?”, “ temo che quest’anno tu stia rischiando la bocciatura”, “se sei distratto come al solito, non vincerai la gara”, “se non mangi la nonna piange”, “perché non ti hanno invitato alla festa?” poniamo l’attenzione su quello che temiamo e sul pericolo che potrebbe incombere.<br>L’immaginazione e le aspettative negative assumono, allora, grande importanza e si amplificano, impedendo la percezione delle altre opportunità: quelle non drammatiche.<br>In questo modo, si perde e si fa perdere di vista la realtà, che è ancora lì, ancora tutta da costruire e sperimentare e che ha bisogno di essere osservata con attenzione, per afferrarne la potenzialità positiva.<br>Pertanto, l’angoscia anticipatoria, anziché proteggere, ostacola la scoperta di possibilità positive, che invece ci sono sempre.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Inserimento sereno</title>
		<link>https://www.psicologiametropolitana.it/inserimento-sereno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorena Menoncello]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Sep 2020 09:00:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[PSICOLOGIA METROPOLITANA]]></category>
		<category><![CDATA[Ansia]]></category>
		<category><![CDATA[Asilo]]></category>
		<category><![CDATA[Educatori]]></category>
		<category><![CDATA[Famiglia]]></category>
		<category><![CDATA[Fiducia]]></category>
		<category><![CDATA[Figli]]></category>
		<category><![CDATA[Genitori]]></category>
		<category><![CDATA[Inserimento]]></category>
		<category><![CDATA[Nido]]></category>
		<category><![CDATA[Oggetto transizionale]]></category>
		<category><![CDATA[Scuola]]></category>
		<category><![CDATA[Senso di colpa]]></category>
		<category><![CDATA[Separazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando i bambini iniziano la scuola dell’infanzia o il nido, si passa per una fase di adattamento non uguale per tutti: alcuni si adattano più facilmente, altri hanno bisogno di più tempo. Ciò non significa necessariamente che dietro a questa difficoltà si celi chissà quale disagio e i genitori non dovrebbero temere che in base al tempo richiesto si possa giudicare la loro abilità genitoriale.L’inserimento e l’adattamento comportano un cambiamento di abitudini e di orizzonti necessario, interessante, ma anche spaventoso, sia per il piccino che per gli adulti, e per questo è importante che il bambino abbia sviluppato le competenze psicologiche adeguate.I bambini intorno agli 8-9 mesi sviluppano le capacità che permettono loro di riconoscere le persone familiari, distinguendole dagli estranei. In questo periodo, diventano consapevoli di non essere parte della madre, ma di essere separati da essa, con un conseguente senso di ansia, insicurezza e paura. La comparsa dell’ansia per l’estraneo e l’ansia di separazione sono fonte di preoccupazione per i genitori, nonostante costituiscano solo un momento transitorio. Ci vogliono alcuni mesi affinché lo sviluppo di nuove abilità psicologiche nel bambino, come la capacità di mantenere dentro di sé il ricordo della madre, anche quando è lontana, gli permettano di acquisire una maggiore sicurezza. Per questo, il momento ideale di inserimento al nido sarebbe intorno ai 18 mesi. Con la scelta di inserire il loro bambino al nido o alla scuola d’infanzia, però, si scatenano tanti dubbi: i genitori si chiedono spesso se il loro bambino è pronto, se si troverà bene, se si possono fidare della struttura e degli educatori. Tutte incertezze queste che generano ansia, che il figlio può percepire come un segnale di pericolo.Per questo, tra i consigli utili per un inserimento sereno, sottolineo l’importanza della tranquillità del genitore in merito alla propria scelta e della fiducia nella capacità di adattamento del proprio bambino, fiducia che si deve estendere anche alla sua capacità di comprendere ciò che succede: mai dire al bambino una bugia, perché per lui non sarà rassicurante avere la percezione di venire “imbrogliato”.Essenziale è anche non essere impazienti: l’inserimento prescolare non è una gara a chi per primo riesce a “sganciare” il proprio figlio. L’inserimento richiede infatti gradualità e appunto pazienza.È inoltre molto utile, sia per il nido che per la scuola dell’infanzia, usare un oggetto transizionale, ossia qualcosa che, rappresentando per il bambino un collegamento con la mamma, lo rassicuri e gli faccia compagnia. Può essere il suo peluche preferito o la sua macchinina.Ma soprattutto non bisogna che il genitore si senta in colpa: l’inserimento in una struttura con educatori competenti insieme ad altri bambini suoi coetanei garantisce al bambino un’adeguata socializzazione e la necessaria stimolazione, senza la quale verrebbe a mancare una essenziale opportunità di crescita.In altri termini, è per il loro bene.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Quando i bambini iniziano la scuola dell’infanzia o il nido, si passa per una fase di adattamento non uguale per tutti: alcuni si adattano più facilmente, altri hanno bisogno di più tempo.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Ciò non significa necessariamente che dietro a questa difficoltà si celi chissà quale disagio e i genitori non dovrebbero temere che in base al tempo richiesto si possa giudicare la loro abilità genitoriale.<br><br>L’inserimento e l’adattamento comportano un cambiamento di abitudini e di orizzonti necessario, interessante, ma anche spaventoso, sia per il piccino che per gli adulti, e per questo è importante che il bambino abbia sviluppato le competenze psicologiche adeguate.<br><br>I bambini intorno agli <strong>8-9</strong> mesi sviluppano le capacità che permettono loro di riconoscere le persone familiari, distinguendole dagli estranei. In questo periodo, diventano consapevoli di non essere parte della madre, ma di essere separati da essa, con un conseguente senso di ansia, insicurezza e paura. La comparsa dell’<strong>ansia per l’estraneo</strong> e l’<strong>ansia di separazione</strong> sono fonte di preoccupazione per i genitori, nonostante costituiscano solo un momento transitorio. Ci vogliono alcuni mesi affinché lo sviluppo di nuove abilità psicologiche nel bambino, come la capacità di mantenere dentro di sé il ricordo della madre, anche quando è lontana, gli permettano di acquisire una maggiore sicurezza. Per questo, il momento ideale di inserimento al nido sarebbe intorno ai <strong>18 mesi</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con la scelta di inserire il loro bambino al nido o alla scuola d’infanzia, però, si scatenano tanti dubbi: i genitori si chiedono spesso se il loro bambino è pronto, se si troverà bene, se si possono fidare della struttura e degli educatori. Tutte incertezze queste che generano ansia, che il figlio può percepire come un segnale di pericolo.<br><br>Per questo, tra i consigli utili per un inserimento sereno, sottolineo l’importanza della <strong>tranquillità del genitore</strong> in merito alla propria scelta e della <strong>fiducia </strong>nella <strong>capacità di adattamento</strong> del proprio bambino, fiducia che si deve estendere anche alla sua capacità di comprendere ciò che succede: mai dire al bambino una bugia, perché per lui non sarà rassicurante avere la percezione di venire “imbrogliato”.<br>Essenziale è anche non essere impazienti: l’inserimento prescolare non è una gara a chi per primo riesce a “sganciare” il proprio figlio. L’inserimento richiede infatti gradualità e appunto pazienza.<br>È inoltre molto utile, sia per il nido che per la scuola dell’infanzia, usare un <strong>oggetto transizionale</strong>, ossia qualcosa che, rappresentando per il bambino un collegamento con la mamma, lo rassicuri e gli faccia compagnia. Può essere il suo peluche preferito o la sua macchinina.<br><br>Ma soprattutto <strong>non bisogna che il genitore si senta in colpa</strong>: l’inserimento in una struttura con educatori competenti insieme ad altri bambini suoi coetanei garantisce al bambino un’adeguata socializzazione e la necessaria stimolazione, senza la quale verrebbe a mancare una essenziale opportunità di crescita.<br>In altri termini, è per il loro bene.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Madre sacrificio</title>
		<link>https://www.psicologiametropolitana.it/la-madre-sacrificio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorena Menoncello]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Aug 2020 15:50:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[PSICOLOGIA METROPOLITANA]]></category>
		<category><![CDATA[Annullarsi]]></category>
		<category><![CDATA[Bambini]]></category>
		<category><![CDATA[Donne]]></category>
		<category><![CDATA[Figli]]></category>
		<category><![CDATA[Genitori]]></category>
		<category><![CDATA[Integrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Madre]]></category>
		<category><![CDATA[Neonato]]></category>
		<category><![CDATA[Partorire]]></category>
		<category><![CDATA[Ruoli]]></category>
		<category><![CDATA[Sacrificio]]></category>
		<category><![CDATA[Senso di colpa]]></category>
		<category><![CDATA[Simbiosi]]></category>
		<category><![CDATA[Sogno]]></category>
		<category><![CDATA[Stereotipo]]></category>
		<category><![CDATA[Taglio cesareo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Diventare madre significa ancora per molte donne aderire ad uno stereotipo sociale che le inchioda al ruolo di ancella della famiglia. Si diventa madri facendosi cave, nell’utero e nella mente, accogliendo quello che c’è fuori e prendendosi cura di esso.È vero che non si può essere cavi nella mente pensando solo a se stessi, ma si può essere cavi e pensare anche ad altro, perché essere madri non coincide con l’annullamento di sé.Eppure, esiste ancora uno stereotipo graniticamente scisso da tutto il resto: quello della madre sacrificio che può esprimere se stessa solo nel prendersi cura di chi ha generato, e per estensione viene relegata a prendersi cura di tutti quelli che di cure hanno bisogno.La madre sacrificio partorisce nella fatica e nel dolore; quindi, troviamo ancora numerose donne che hanno affrontato il taglio cesareo con un vissuto di inadeguatezza, che le porta ad avere un’autostima più fragile e più dubbi nell’interazione con il loro bambino. Ma soprattutto persiste il timore che la gravidanza annulli ogni potenziale evolutivo personale della donna.A questo proposito riporto un sogno di una paziente, che ha difficoltà ad integrare il ruolo di madre sacrificio con la propria identità intellettuale e seduttiva, che sogna, alcuni mesi dopo il taglio cesareo, di dare alla luce il primo figlio da un grosso taglio nella gola. Nel sogno, questo taglio (tra testa e corpo) la deturpa e le causa difficoltà nel far sentire la propria voce; nella realtà, il sogno le crea grande senso di colpa.È vero che i primissimi mesi di cure e di adattamento sono molto faticosi e spesso la stanchezza annienta; talvolta, l’unico obiettivo di una madre che si prende cura di un neonato è di dormire, riposare, prendersi un’ora per ritrovarsi con se stessa. E la paura più grande che esprimono queste donne è la mancanza di prospettiva di evoluzione, la paura che possa essere così per sempre: per sempre stanca, per sempre in simbiosi, per sempre e solo madre sacrificio.Su questa prospettiva si può lavorare, rendendole consapevoli che il loro ruolo può e deve evolversi ed integrarsi, che la loro esperienza sarà una fonte alla quale potranno attingere e non un sacrificio che le schiaccia; che sentire di non voler vivere così non deve farle sentire cattive madri.Ma soprattutto è importante capire che quando arriva un figlio &#8211; in qualsiasi modo arrivi &#8211; è l’inizio di tante nuove storie personali: di madri, padri, nonni… sicuramente non la fine della propria vita.È vero che nulla tornerà come prima, ma tutto sarà più di prima.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Diventare madre significa ancora per molte donne aderire ad uno stereotipo sociale che le inchioda al ruolo di ancella della famiglia.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Si diventa madri facendosi cave, nell’utero e nella mente, accogliendo quello che c’è fuori e prendendosi cura di esso.<br>È vero che non si può essere cavi nella mente pensando solo a se stessi, ma si può essere cavi e pensare anche ad altro, perché essere madri non coincide con l’annullamento di sé.<br>Eppure, esiste ancora uno stereotipo graniticamente scisso da tutto il resto: quello della <strong>madre sacrificio</strong> che può esprimere se stessa solo nel prendersi cura di chi ha generato, e per estensione viene relegata a prendersi cura di tutti quelli che di cure hanno bisogno.<br>La madre sacrificio partorisce nella fatica e nel <strong>dolore</strong>; quindi, troviamo ancora numerose donne che hanno affrontato il taglio cesareo con un vissuto di inadeguatezza, che le porta ad avere un’autostima più fragile e più dubbi nell’interazione con il loro bambino. Ma soprattutto persiste il timore che la gravidanza annulli ogni potenziale evolutivo personale della donna.<br>A questo proposito riporto un sogno di una paziente, che ha difficoltà ad integrare il ruolo di madre sacrificio con la propria identità intellettuale e seduttiva, che sogna, alcuni mesi dopo il taglio cesareo, di dare alla luce il primo figlio da un grosso taglio nella gola. Nel sogno, questo taglio (tra testa e corpo) la deturpa e le causa difficoltà nel far sentire la propria voce; nella realtà, il sogno le crea grande senso di colpa.<br>È vero che i primissimi mesi di cure e di adattamento sono molto faticosi e spesso la stanchezza annienta; talvolta, l’unico obiettivo di una madre che si prende cura di un neonato è di dormire, riposare, prendersi un’ora per ritrovarsi con se stessa. E la paura più grande che esprimono queste donne è la mancanza di prospettiva di evoluzione, la paura che possa essere così <strong>per sempre</strong>: per sempre stanca, per sempre in simbiosi, per sempre e solo <strong>madre sacrificio</strong>.<br>Su questa prospettiva si può lavorare, rendendole consapevoli che il loro ruolo può e deve evolversi ed integrarsi, che la loro esperienza sarà una fonte alla quale potranno attingere e non un sacrificio che le schiaccia; che sentire di non voler vivere così non deve farle sentire cattive madri.<br>Ma soprattutto è importante capire che quando arriva un figlio &#8211; in qualsiasi modo arrivi &#8211; è l’inizio di tante nuove storie personali: di madri, padri, nonni… sicuramente non la fine della propria vita.<br>È vero che nulla tornerà come prima, ma tutto sarà più di prima.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologiametropolitana.it/la-madre-sacrificio/">Madre sacrificio</a> proviene da <a href="https://www.psicologiametropolitana.it">Psicologia Metropolitana</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Chi dorme piglia pesci</title>
		<link>https://www.psicologiametropolitana.it/chi-dorme-piglia-pesci/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorena Menoncello]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Jul 2020 20:33:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[PSICOLOGIA METROPOLITANA]]></category>
		<category><![CDATA[Apprendimento]]></category>
		<category><![CDATA[Bambini]]></category>
		<category><![CDATA[Figli]]></category>
		<category><![CDATA[Genitori]]></category>
		<category><![CDATA[Impegni]]></category>
		<category><![CDATA[Irritabilità]]></category>
		<category><![CDATA[Memoria]]></category>
		<category><![CDATA[Orari]]></category>
		<category><![CDATA[Regole]]></category>
		<category><![CDATA[Sonno]]></category>
		<category><![CDATA[Sviluppo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Siamo sicuri di rispettare i ritmi e i bisogni specifici del sonno dei nostri figli?I genitori si preoccupano di tanti aspetti della vita dei loro figli, ma un bisogno primario come il sonno,che è un alleato essenziale per la salute fisica e mentale nello sviluppo, spesso non viene tenuto nellagiusta considerazione. Vedo genitori che condividono con i figli orari e ritmi, senza alcuna consapevolezza delle esigenze specifiche del bambino o del ragazzo. Prima vengono le esigenze sociali della famiglia e poi il resto. Gli esiti di questa noncuranza sono variabili, ma non trascurabili.Ecco la quantità di sonno raccomandata per età secondo l’American Academy of Sleep Medicine: ETA&#8217;FABBISOGNO GIORNALIERO0-3 MESI14-17 ore4-12 MESI12-16 ore1-2 ANNI11-14 ore3-5 ANNI10-13 ore6-12 ANNI9-12 ore12-18 ANNI8-10 ore E&#8217; un certezza scientifica documentata, con un accordo unanime tra esperti, eppure i bambini e gli adolescenti dormono sempre meno.Oggi sono cambiati i ritmi sociali, che ci vogliono tutti più attivi il più a lungo possibile, pieni di impegni e attività fin dalla più tenera età e un problema specifico delle famiglie a livello educativo è la difficoltànel mettere in atto le linee guida essenziali per garantire una giusta quantità di sonno.Sono regole molto semplici, che però richiedono una pianificazione familiare: stabilire un orario, adeguato all’età, per andare a letto e per alzarsi;organizzare le attività giornaliere in modo da garantire il momento del riposo;mantenere orari regolari del sonno e dei pasti;stabilire una routine costante prima di andare a letto (mettersi il pigiama, lavarsi i denti, leggere una storia);eliminare cibi e bevande che contengono caffeina;evitare i videogiochi nelle ore precedenti al sonno perché hanno un effetto stimolante;evitare luci intense e fonti rumorose;tenere tutti gli apparecchi elettronici fuori dalla camera da letto e limitarne l’uso prima di andare a dormire. Infatti, oltre all’errata educazione al sonno, si osserva un uso accentuato di smartphone e tablet nel periodo precedente all’addormentamento, protratto ad orari sempre più avanzati. Spesso i genitori mi dicono che sono obiettivi irrealizzabili, perché preferiscono lasciare molta libertà ai bambini, con la convinzione che, evitandogli ogni frustrazione e ogni costrizione, possano renderli piùfelici. In questo modo però, deresponsabilizzano anche a sé stessi, evitando il peso di far rispettare le regole.Le conseguenze sono molte e variano a seconda dell’età.In generale, i bambini che crescono senza regole e senza regolarità appaiono più stressati, più aggressivi, con minore controllo del comportamento, e la mancanza di sonno in età scolare rende i bambini più disattenti o iperattivi. A livello cognitivo, si presentano problemi di apprendimento e di memoria.Nell’adolescenza, invece, oltre alle difficoltà scolastiche e alla stanchezza che impedisce di impegnarsi in classe, di fare sport o che fa dormire tutto il pomeriggio, si osservano una maggiore irritabilità, maggiori comportamenti pericolosi, senza controllo delle conseguenze, e in generale un minor controllo emotivo.Sono aspetti molto importanti dei quali dobbiamo tener conto.Se vogliamo lasciare i bambini e i ragazzi liberi a tutti i costi da ogni regola, sappiamo quali sono effettivamente le conseguenze che poi dovranno pagare per queste scelte?</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>Siamo sicuri di rispettare i ritmi e i bisogni specifici del sonno dei nostri figli?</strong><br>I genitori si preoccupano di tanti aspetti della vita dei loro figli, ma un bisogno primario come il sonno,<br>che è un alleato essenziale per la salute fisica e mentale nello sviluppo, spesso non viene tenuto nella<br>giusta considerazione.</p>



<span id="more-7816"></span>



<p class="has-text-align-left wp-block-paragraph">Vedo genitori che condividono con i figli orari e ritmi, senza alcuna consapevolezza delle esigenze specifiche del bambino o del ragazzo. Prima vengono le esigenze sociali della famiglia e poi il resto. Gli esiti di questa noncuranza sono variabili, ma non trascurabili.<br>Ecco la quantità di sonno raccomandata per età secondo l’<em>American Academy of Sleep Medicine</em>:</p>



<figure class="wp-block-table is-style-stripes"><table><thead><tr><th>ETA&#8217;</th><th>FABBISOGNO GIORNALIERO</th></tr></thead><tbody><tr><td>0-3 MESI</td><td>14-17 ore</td></tr><tr><td>4-12 MESI</td><td>12-16 ore</td></tr><tr><td>1-2 ANNI</td><td>11-14 ore</td></tr><tr><td>3-5 ANNI</td><td>10-13 ore</td></tr><tr><td>6-12 ANNI</td><td>9-12 ore</td></tr><tr><td>12-18 ANNI</td><td>8-10 ore</td></tr></tbody></table></figure>



<p class="wp-block-paragraph">E&#8217; un certezza scientifica documentata, con un accordo unanime tra esperti, eppure i bambini e gli adolescenti <strong>dormono sempre meno</strong>.<br>Oggi sono cambiati i ritmi sociali, che ci vogliono tutti più attivi il più a lungo possibile, pieni di impegni e attività fin dalla più tenera età e un problema specifico delle famiglie a livello educativo è la difficoltà<br>nel mettere in atto le <strong>linee guida</strong> essenziali per garantire una giusta quantità di sonno.<br>Sono regole molto semplici, che però richiedono una pianificazione familiare:</p>



<ul class="wp-block-list"><li>stabilire un orario, adeguato all’età, per andare a letto e per alzarsi;</li><li>organizzare le attività giornaliere in modo da garantire il momento del riposo;</li><li>mantenere orari regolari del sonno e dei pasti;</li><li>stabilire una routine costante prima di andare a letto (mettersi il pigiama, lavarsi i denti, leggere una storia);</li><li>eliminare cibi e bevande che contengono caffeina;</li><li>evitare i videogiochi nelle ore precedenti al sonno perché hanno un effetto stimolante;</li><li>evitare luci intense e fonti rumorose;</li><li>tenere tutti gli apparecchi elettronici fuori dalla camera da letto e limitarne l’uso prima di andare a dormire. Infatti, oltre all’errata educazione al sonno, si osserva un uso accentuato di smartphone e tablet nel periodo precedente all’addormentamento, protratto ad orari sempre più avanzati.</li></ul>



<p class="wp-block-paragraph">Spesso i genitori mi dicono che sono obiettivi irrealizzabili, perché preferiscono lasciare molta libertà ai bambini, con la convinzione che, evitandogli ogni frustrazione e ogni costrizione, possano renderli più<br>felici. In questo modo però, deresponsabilizzano anche a sé stessi, evitando il peso di far rispettare le regole.<br>Le conseguenze sono molte e variano a seconda dell’età.<br>In generale, i bambini che crescono senza regole e senza regolarità appaiono più stressati, più aggressivi, con minore controllo del comportamento, e la mancanza di sonno in età scolare rende i bambini più disattenti o iperattivi. A livello cognitivo, si presentano problemi di apprendimento e di memoria.<br>Nell’adolescenza, invece, oltre alle difficoltà scolastiche e alla stanchezza che impedisce di impegnarsi in classe, di fare sport o che fa dormire tutto il pomeriggio, si osservano una maggiore irritabilità, maggiori comportamenti pericolosi, senza controllo delle conseguenze, e in generale un minor controllo emotivo.<br>Sono aspetti molto importanti dei quali dobbiamo tener conto.<br>Se vogliamo lasciare i bambini e i ragazzi liberi <strong>a tutti i costi</strong> da ogni regola, sappiamo quali sono effettivamente le conseguenze che poi dovranno pagare per queste scelte?</p>



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			</item>
		<item>
		<title>Le madri che gli altri vorrebbero</title>
		<link>https://www.psicologiametropolitana.it/le-madri-che-gli-altri-vorrebbero/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorena Menoncello]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Mar 2020 20:35:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[PSICOLOGIA METROPOLITANA]]></category>
		<category><![CDATA[Coppia madre-bambino]]></category>
		<category><![CDATA[Figli]]></category>
		<category><![CDATA[Genitori]]></category>
		<category><![CDATA[Neo-madri]]></category>
		<category><![CDATA[Neonati]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.psicologiametropolitana.it/?p=7754</guid>

					<description><![CDATA[<p>Le madri di oggi sono talvolta isolate e insicure; cercano informazioni su manuali e blog, alla ricerca di un comportamento ottimale, ma questa rincorsa alla madre perfetta genera sforzi innaturali per adeguarsi ai vari consigli e crea conflitti interiori tra quel che si sente di essere e quello che dicono gli altri, rovinando una fase della relazione col proprio bambino unica ed esclusiva. Le neo-mamme che incontro, nonostante siano sempre più tardive, colte, consapevoli, informate, sono sempre più insicure riguardo al tipo di madri che dovrebbero essere.Hanno ponderato la scelta di avere un figlio, provengono da situazioni complesse, da famiglie allargate, sanno tutto e non conoscono niente.In genere, hanno vissuto lontano da contesti di gravidanze, biberon e pannolini, e si fidano poco del loro istinto.In una realtà in cui a contare è il risultato, e in cui i famigliari sono sempre meno e sempre più lontani, non sanno più a che santi votarsi.E poi, che appoggio ricevono dalle persone che hanno attorno?Se le credenze delle nostre nonne ci facevano sorridere, non sono migliori le frasi spacciate per saggi consigli alle donne in gravidanza: &#8220;Ti lamenti ora, ma vedrai dopo!&#8221;; &#8220;Goditela adesso, che poi è finita!&#8221;; &#8220;Vedrai che non dormirai più!&#8221;, e via con questo tono.Poi, dopo la nascita, iniziano i commenti critici e sarcastici su qualsiasi forma di cura e di educazione adottata: c’è sempre qualcuno che avrebbe fatto di meglio.Ed è da tutto questo che iniziano il disorientamento e la paura di non essere abbastanza una brava madre, un buon genitore, inattaccabile da un punto di vista teorico e scientifico.Ed è per questo che fioriscono blog, tutorial e manuali, dai quali sapere, come verità assolute, cosa dover fare secondo gli altri.E invece, ogni coppia madre-bambino è unica, e la natura e l’evoluzione hanno fornito una serie di reazioni biochimiche e psicologiche che garantiscono la sopravvivenza della specie, anche senza tutorial e manuali.Ogni madre e ogni genitore ha i propri principi e i propri modelli ai quali attingere; perché allora volerci uniformare o snaturare, mettendo in atto bizzarri metodi educativi, che non rappresentano quella specifica coppia madre-bambino, e che per questo spesso non funzionano?Forse, perché si cerca un metodo straordinario, affinchè quel bambino diventi straordinario, perché normale non basta, perché deve essere di più del proprio figlio: deve essere il figlio perfetto anche per gli altri.Del proprio istinto e dell’emotività non ci si fida, e più che in altre situazioni i genitori mi chiedono una certificazione specifica: la certezza assoluta di essere idonei.E&#8217; invece importante sapere che il neonato riconosce istintivamente quando la madre fa qualcosa che sente nel profondo, oppure quando si comporta in maniera dissonante dal sentimento, mettendo in atto una ricetta magica appena letta.Il bambino ha soprattutto bisogno di coerenza nel comportamento, per crearsi aspettative e schemi di risposta regolari.Il caso classico è quello del bambino che piange, la madre che ha l’istinto di prenderlo in braccio ma non può, perché svariate teorie le hanno suggerito di non farlo; per questo qualche volta resiste e non lo prende, altre volte cede e in entrambi i casi si sente insoddisfatta e inadeguata.Invece, è importante sapere che la percezione di questa incongruenza del genitore genera diverse problematiche psicologiche nel bambino.In altri termini, una madre che soffoca il suo vissuto e smentisce la sua pancia, per essere quello che gli altri vorrebbero, è inquietante perché incongruente.Invece, ogni genitore dovrebbe poter avere un figlio, che sarà suo figlio, frutto di caratteristiche e di peculiarità uniche.Perché dover mimare la madre che gli altri vorrebbero, con atteggiamenti e regole o abitudini che non appartengono a lei?Forse è importante avere il coraggio di essere creativi, crescendo un bambino irripetibile, specchio dell’incontro di due personalità, in un momento preciso e un ambiente specifico, assolutamente eccezionale e non replicabile.In fondo, è uno spreco di energie e di occasioni voler trasformare una creatura normalmente unica in una straordinariamente uniformata.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologiametropolitana.it/le-madri-che-gli-altri-vorrebbero/">Le madri che gli altri vorrebbero</a> proviene da <a href="https://www.psicologiametropolitana.it">Psicologia Metropolitana</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Le madri di oggi sono talvolta isolate e insicure; cercano informazioni su manuali e blog, alla ricerca di un comportamento ottimale, ma questa rincorsa alla madre perfetta genera sforzi innaturali per adeguarsi ai vari consigli e crea conflitti interiori tra quel che si sente di essere e quello che dicono gli altri, rovinando una fase della relazione col proprio bambino unica ed esclusiva.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Le neo-mamme che incontro, nonostante siano sempre più tardive, colte, consapevoli, informate, sono sempre più insicure riguardo al tipo di madri che dovrebbero essere.<br><br>Hanno ponderato la scelta di avere un figlio, provengono da situazioni complesse, da famiglie allargate, sanno tutto e non conoscono niente.<br>In genere, hanno vissuto lontano da contesti di gravidanze, biberon e pannolini, e si fidano poco del loro istinto.<br>In una realtà in cui a contare è il risultato, e in cui i famigliari sono sempre meno e sempre più lontani, non sanno più a che santi votarsi.<br><br>E poi, che appoggio ricevono dalle persone che hanno attorno?<br>Se le credenze delle nostre nonne ci facevano sorridere, non sono migliori le frasi spacciate per saggi consigli alle donne in gravidanza: &#8220;Ti lamenti ora, ma vedrai dopo!&#8221;; &#8220;Goditela adesso, che poi è finita!&#8221;; &#8220;Vedrai che non dormirai più!&#8221;, e via con questo tono.<br>Poi, dopo la nascita, iniziano i commenti critici e sarcastici su qualsiasi forma di cura e di educazione adottata: c’è sempre qualcuno che avrebbe fatto di meglio.<br><br>Ed è da tutto questo che iniziano il disorientamento e la paura di non essere abbastanza una brava madre, un buon genitore, inattaccabile da un punto di vista teorico e scientifico.<br>Ed è per questo che fioriscono blog, tutorial e manuali, dai quali sapere, come verità assolute, cosa dover fare <strong>secondo gli altri</strong>.<br><br>E invece, ogni coppia madre-bambino è unica, e la natura e l’evoluzione hanno fornito una serie di reazioni biochimiche e psicologiche che garantiscono la sopravvivenza della specie, anche senza tutorial e manuali.<br>Ogni madre e ogni genitore ha i propri principi e i propri modelli ai quali attingere; perché allora volerci uniformare o snaturare, mettendo in atto bizzarri metodi educativi, che non rappresentano quella specifica coppia madre-bambino, e che per questo spesso non funzionano?<br><br>Forse, perché si cerca un metodo straordinario, affinchè quel bambino diventi straordinario, perché normale non basta, perché deve essere di più del proprio figlio: deve essere il figlio perfetto anche <strong>per gli altri</strong>.<br>Del proprio istinto e dell’emotività non ci si fida, e più che in altre situazioni i genitori mi chiedono una certificazione specifica: la certezza assoluta di essere idonei.<br><br>E&#8217; invece importante sapere che il neonato riconosce istintivamente  quando la madre fa qualcosa che sente nel profondo, oppure quando si comporta in maniera dissonante dal sentimento, mettendo in atto una ricetta magica appena letta.<br>Il bambino ha soprattutto bisogno di coerenza nel comportamento, per crearsi aspettative e schemi di risposta regolari.<br><br>Il caso classico è quello del bambino che piange, la madre che ha l’istinto di prenderlo in braccio ma non può, perché svariate teorie le hanno suggerito di non farlo; per questo qualche volta resiste e non lo prende, altre volte cede e in entrambi i casi si sente insoddisfatta e inadeguata.<br><br>Invece, è importante sapere che la percezione di questa incongruenza del genitore genera diverse problematiche psicologiche nel bambino.<br>In altri termini, una madre che soffoca il suo vissuto e smentisce la sua pancia, per essere quello che <strong>gli altri vorrebbero</strong>, è inquietante perché incongruente.<br><br>Invece, ogni genitore dovrebbe poter avere un figlio, che sarà <strong>suo figlio</strong>, frutto di caratteristiche e di peculiarità uniche.<br>Perché dover mimare la madre che gli altri vorrebbero, con atteggiamenti e regole o abitudini che non appartengono a lei?<br><br>Forse è importante avere il coraggio di essere creativi, crescendo un bambino irripetibile, specchio dell’incontro di due personalità, in un momento preciso e un ambiente specifico, assolutamente eccezionale e non replicabile.<br><br>In fondo, è uno spreco di energie e di occasioni voler trasformare una creatura normalmente unica in una straordinariamente uniformata.</p>
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		<title>Mio figlio è un genio</title>
		<link>https://www.psicologiametropolitana.it/mio-figlio-e-un-genio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorena Menoncello]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Jan 2020 13:00:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[PSICOLOGIA METROPOLITANA]]></category>
		<category><![CDATA[Adeguarsi]]></category>
		<category><![CDATA[Attribuzione causale esterna]]></category>
		<category><![CDATA[Fiducia]]></category>
		<category><![CDATA[Figli]]></category>
		<category><![CDATA[Genitori]]></category>
		<category><![CDATA[Insegnanti]]></category>
		<category><![CDATA[Intelligenza]]></category>
		<category><![CDATA[Richieste]]></category>
		<category><![CDATA[Scuola]]></category>
		<category><![CDATA[Strategie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Mio figlio è intelligentissimo, come fanno gli insegnanti a non capirlo?”. È questa la domanda con la quale alcuni genitori si rivolgono a me, per una conferma delle loro speranze così tristemente disattese, dopo poche settimane dall’inizio della scuola. È vero che «ogni scarrafone è bello a mamma sua», ed è vero che generalmente le scuole non sono attrezzate per accogliere ragazzi superdotati, ma in molti casi la spiegazione è più semplice: scuola e famiglia hanno aspettative reciproche talmente opposte, da parlare lingue diverse. La famiglia e il bambino chiedono: “Accoglimi! Riconoscimi!”. La scuola e l’insegnante chiedono: “Adattati! Dimostrami!” Queste richieste apparentemente inconciliabili, rappresentano l’equivalente di sostenere un esame in una lingua diversa da quella dell’esaminatore: fallimento e insoddisfazione assicurati. La tentazione di attribuire tutta la colpa alla scuola è solitamente la prima mossa: gli insegnanti non lo capiscono, mia figlio si annoia, l’hanno preso di mira, non è colpa sua, non possono trattarlo così, rivolgiamoci al dirigente… E’ quello che gli psicologi chiamano attribuzione causale esterna. E questa ha due svantaggi fondamentali: 1) attribuisce all’esterno le cause dell’insuccesso, quindi si rimane impotenti davanti a quel che accade, si subisce passivamente, provando solo rabbia; 2) non viene presa in considerazione la possibilità di cambiare il proprio approccio al problema, per cercare di avere una migliore riuscita. Inoltre, dare troppo peso a un origine esterna, del proprio insuccesso o disagio, genera una spreco di energia psicologica che si trasforma in rabbia contro il presunto nemico esterno. Molto meglio dire: “ Ok, la situazione è questa, ma io cosa posso fare per affrontarla al meglio, con le mie risorse?”, “L’insegnante ha queste richieste, io cosa posso fare per rispondere adeguatamente?”, oppure :“La scuola ha queste pretese, come può mio figlio (che io ritengo dotato) cogliere la sfida per sviluppare anche questa abilità?”. Sono questi gli atteggiamenti propositivi adeguati per trasmettere ai ragazzi la possibilità di mettersi in gioco sempre, senza rimanere impotenti a lamentarsi, aspettando qualcosa che mai accade. Sono queste le esperienze costruttive che li possono rendere artefici della propria sorte. In fondo, nemmeno nei videogiochi i nemici arrivano come e dove vogliamo noi. Saper individuare in se stessi i mezzi adeguati, per affrontare le situazioni che non ci aspettiamo, è una grande iniezione di fiducia e una lezione di adattamento attivo alle richieste del contesto. E, in una prospettiva di crescita, come non riconoscere l’utilità dell’elasticità intellettiva per un futuro, il loro, che ci sta tanto a cuore?</p>
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<p class="wp-block-paragraph">“Mio figlio è intelligentissimo, come fanno gli insegnanti a non capirlo?”.<br> È questa la domanda con la quale alcuni genitori si rivolgono a me, per una conferma delle loro speranze così tristemente disattese, dopo poche settimane dall’inizio della scuola.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">È vero che «ogni scarrafone è bello a mamma sua», ed è vero che generalmente le scuole non sono attrezzate per accogliere ragazzi superdotati, ma in molti casi la spiegazione è più semplice: scuola e famiglia hanno aspettative reciproche talmente opposte, da parlare lingue diverse.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La famiglia e il bambino chiedono: “Accoglimi! Riconoscimi!”.<br>
La scuola e l’insegnante chiedono: “Adattati! Dimostrami!”</p>



<p class="wp-block-paragraph">Queste richieste apparentemente inconciliabili, rappresentano l’equivalente di sostenere un esame in una lingua diversa da quella dell’esaminatore: fallimento e insoddisfazione assicurati.<br>
La tentazione di attribuire tutta la colpa alla scuola è solitamente la prima mossa: gli insegnanti non lo capiscono, mia figlio si annoia, l’hanno preso di mira, non è colpa sua, non possono trattarlo così, rivolgiamoci al dirigente…</p>



<p class="wp-block-paragraph">E’ quello che gli psicologi chiamano attribuzione causale esterna.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E questa ha due svantaggi fondamentali:<br>
1) attribuisce all’esterno le cause dell’insuccesso, quindi si rimane impotenti davanti a quel che accade, si subisce passivamente, provando solo rabbia;<br>
2) non viene presa in considerazione la possibilità di cambiare il proprio approccio al problema, per cercare di avere una migliore riuscita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Inoltre, dare troppo peso a un origine esterna, del proprio insuccesso o disagio, genera una spreco di energia psicologica che si trasforma in rabbia contro il presunto nemico esterno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Molto meglio dire: “ Ok, la situazione è questa, ma io cosa posso fare per affrontarla al meglio, con le mie risorse?”, “L’insegnante ha queste richieste, io cosa posso fare per rispondere adeguatamente?”, oppure :“La scuola ha queste pretese, come può mio figlio (che io ritengo dotato) cogliere la sfida per sviluppare anche questa abilità?”.<br> Sono questi gli atteggiamenti propositivi adeguati per trasmettere ai ragazzi la possibilità di mettersi in gioco sempre, senza rimanere impotenti a lamentarsi, aspettando qualcosa che mai accade.<br> Sono queste le esperienze costruttive che li possono rendere artefici della propria sorte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In fondo, nemmeno nei videogiochi i nemici arrivano come e dove vogliamo noi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Saper individuare in se stessi i mezzi adeguati, per affrontare le situazioni che non ci aspettiamo, è una grande iniezione di fiducia e una lezione di adattamento attivo alle richieste del contesto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E, in una prospettiva di crescita, come non riconoscere l’utilità dell’elasticità intellettiva per un futuro, il loro, che ci sta tanto a cuore?</p>
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		<title>Il passato, garanzia del futuro</title>
		<link>https://www.psicologiametropolitana.it/il-passato-garanzia-del-futuro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorena Menoncello]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Dec 2019 13:12:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[PSICOLOGIA METROPOLITANA]]></category>
		<category><![CDATA[Anziani]]></category>
		<category><![CDATA[Base sicura]]></category>
		<category><![CDATA[Figli]]></category>
		<category><![CDATA[Identificazione]]></category>
		<category><![CDATA[Relazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Solitudine]]></category>
		<category><![CDATA[Vecchiaia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando sarò vecchia, se mai riuscissi a raggiungere tale obiettivo niente affatto scontato, voglio tener presente quello che sto per scrivere: so che le persone anziane si sentono spesso inutili, un peso, senza valore; e so che molti giovani la pensano così. Ma ciò è scorretto e superficiale. Voglio scrivere tutto questo proprio adesso, momento in cui sono nell’età di mezzo, perché così un giorno potrò ricordarmelo. Gli anziani che sono stati, e sono intorno e vicino a me, rappresentano dei pilastri nella mia vita. Sono stati quella quotidianità scontata che proprio per questo rassicura, sono stati l’abitudine ripetitiva che fa riposare. Sono stati la saggezza di chi, lontano dai giochi, non è “finito”(come sento dire spesso), ma può giudicare tutto meglio, con più distacco. Sono stati il mio archivio di memoria a lungo termine, inesauribile fonte di aneddoti ed esperienze, spesso ripetute, ma sempre con grande commozione. Quando sarò vecchia e mi sentirò sola cercherò di ricordare che anche da giovane mi capitava di sentirmi sola, e che per sentirmi meno sola facevo una telefonata o una visitina alla nonna o alla vecchia zia. Quanto ristoro mi avete dato, miei cari vecchi! Non ho mai pensato che foste inutili, che foste un peso. Quanto mi è mancata la terra sotto i piedi quando qualcuno di voi è mancato! Siete stati e siete quella retroguardia che consente al compagno di avanzare. In psicologia si chiama la base sicura, identificata con la madre da bambino, ma identificabile anche con una realtà più allargata nell’adulto. Non dite, non pensate che non servite più a niente, perché senza radici l’albero non si regge in piedi. Se nella società moderna conta solo chi produce, allora che valore inestimabile può avere chi crea sicurezza, benessere, serenità, tempo da donare? Il problema nella relazione transgenerazionale, nasce dall’opinione che dai vecchi ci si debba difendere, dalla sensazione che andare a mangiare le lasagne la domenica a mezzogiorno sia un noioso dovere. Questo è un retaggio delle relazioni conflittuali degli adolescenti che vogliono identificarsi, autoaffermarsi e liberarsi da tutto ciò che era il prima. Avere un posto dove poter mangiare le lasagne come solo la zia, la nonna, la mamma le sa fare è un’ opportunità che non dura per sempre. È un bene da conservare e proteggere più dei gioielli di famiglia.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Quando sarò vecchia, se mai riuscissi a raggiungere tale obiettivo niente affatto scontato, voglio tener presente quello che sto per scrivere: so che le persone anziane si sentono spesso inutili, un peso, senza valore; e so che molti giovani la pensano così.<br>
Ma ciò è scorretto e superficiale.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Voglio scrivere tutto questo proprio adesso, momento in cui sono nell’età di mezzo, perché così un giorno potrò ricordarmelo.<br>
Gli anziani che sono stati, e sono intorno e vicino a me, rappresentano dei pilastri nella mia vita. Sono stati quella quotidianità scontata che proprio per questo rassicura, sono stati l’abitudine ripetitiva che fa riposare.<br>
Sono stati la saggezza di chi, lontano dai giochi, non è “finito”(come sento dire spesso), ma può giudicare tutto meglio, con più distacco. Sono stati il mio archivio di memoria a lungo termine, inesauribile fonte di aneddoti ed esperienze, spesso ripetute, ma sempre con grande commozione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando sarò vecchia e mi sentirò sola cercherò di ricordare che anche da giovane mi capitava di sentirmi sola, e che per sentirmi meno sola facevo una telefonata o una visitina alla nonna o alla vecchia zia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quanto ristoro mi avete dato, miei cari vecchi!<br>
Non ho mai pensato che foste inutili, che foste un peso.<br>
Quanto mi è mancata la terra sotto i piedi quando qualcuno di voi è mancato!</p>



<p class="wp-block-paragraph">Siete stati e siete quella retroguardia che consente al compagno di avanzare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In psicologia si chiama la base sicura, identificata con la madre da bambino, ma identificabile anche con una realtà più allargata nell’adulto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non dite, non pensate che non servite più a niente, perché senza radici l’albero non si regge in piedi. Se nella società moderna conta solo chi produce, allora che valore inestimabile può avere chi crea sicurezza, benessere, serenità, tempo da donare?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema nella relazione transgenerazionale, nasce dall’opinione che dai vecchi ci si debba difendere, dalla sensazione che andare a mangiare le lasagne la domenica a mezzogiorno sia un noioso dovere.<br>
Questo è un retaggio delle relazioni conflittuali degli adolescenti che vogliono identificarsi, autoaffermarsi e liberarsi da tutto ciò che era il prima.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Avere un posto dove poter mangiare le lasagne come solo la zia, la nonna, la mamma le sa fare è un’ opportunità che non dura per sempre. È un bene da conservare e proteggere più dei gioielli di famiglia.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologiametropolitana.it/il-passato-garanzia-del-futuro/">Il passato, garanzia del futuro</a> proviene da <a href="https://www.psicologiametropolitana.it">Psicologia Metropolitana</a>.</p>
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		<title>Cornute o abbandonate, ma comunque mazziate</title>
		<link>https://www.psicologiametropolitana.it/cornute-o-abbandonate-ma-comunque-mazziate/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorena Menoncello]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Dec 2019 09:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[PSICOLOGIA METROPOLITANA]]></category>
		<category><![CDATA[Abbandono]]></category>
		<category><![CDATA[Condivisione]]></category>
		<category><![CDATA[Dolore]]></category>
		<category><![CDATA[Figli]]></category>
		<category><![CDATA[Genitori]]></category>
		<category><![CDATA[Quotidianità]]></category>
		<category><![CDATA[Senso di colpa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sto parlando di storie in cui un genitore e i figli vengono lasciati in disparte dall’altro genitore per ragioni conflittuali, sentimentali o lavorative, con traumi e problematiche relazionali che si trascinano anche per decenni. Ho usato l’aggettivo mazziate al femminile, perché tutte le situazioni in cui mi sono imbattuta in prima persona coinvolgevano madri e figli. In queste difficili vicende, tutti si aspetterebbero che il genitore che abbandona venga investito dai figli da sentimenti di rabbia e risentimento, ma spesso non è così e, beffa delle beffe, chi resta paga. In altre parole, i figli scaricano tutta la loro rabbia e frustrazione sul genitore che resta, e che cerca di farsi in due, provando a sopperire al genitore mancante. Questo succede a causa di varie dinamiche e fantasie talvolta primitive, altre complesse. Al genitore che rimane viene rimproverato di non essere riuscito a tenersi vicino il partner. Il genitore che rimane non è riuscito a proteggere il suo cucciolo. Il genitore che rimane non è mai abbastanza per coprire un doppio ruolo. Il genitore che rimane, nel tentativo di farlo, è spesso stressato da questo impegno, ed essendo consapevole di non potersi sdoppiare si sente in colpa, diventando insicuro. Il genitore che abbandona se ne sta spesso lontano ed è facile da idealizzare. Il genitore che se ne va, si sente a sua volta in colpa e nelle sue sporadiche comparse si comporta in modo mirabile, non essendo consumato dalla quotidianità. Eppure è indispensabile che chi rimane faccia squadra e trasmetta in quel “Noi” di chi resta un valore aggiunto. L’obiettivo è di cementare la fiducia reciproca e insegnare ai propri figli come crescere con la giusta autostima. Per fare questo, è fondamentale non minimizzare l’evento ma condividere il dolore, per poi spartire anche la speranza e la fiducia di farcela. Invece di cedere alla tentazione di scappare via dal nido abbandonato dall’altro, e mi riferisco sopratutto ai genitori, è fondamentale verbalizzare quanto sia importante la collaborazione di chi rimane nell’affrontare i problemi, senza far finta di niente. Per esempio è utile dire: “Abbiamo affrontato questo insieme”, ed è utile sottolineare come tale collaborazione non si sia spezzata di fronte al dolore e alla rabbia. Questo messaggio ha l’obiettivo di prevenire l’idea che questi ragazzi svilupperanno e manterranno a distanza di decenni: la sicurezza che essere abbandonati sia un destino inevitabile. Anche il mantenimento delle abitudini familiari o delle regole educative è essenziale per creare una solida sponda che argini il terrore di venir spazzati via da uno sconvolgimento radicale. Non è necessaria rigidità, e i cambiamenti vanno verbalizzati e introdotti gradualmente e mai come un fallimento, ma come una possibilità o una strategia. Quindi non è funzionale il pensiero: “Siamo costretti a cambiare casa”, ma è utile dire: “Sarebbe una buona opportunità cambiare casa per avere i seguenti vantaggi…”. Oppure, se si è sempre andati in vacanza in una località famosa, in un hotel favoloso, non si può passare un mese dagli zii in campagna senza spiegare nulla. Si può dire “Adesso che ci siamo solo noi possiamo approfittare per stare con …, per andare qualche giorno in…” Il genitore mazziato deve evitare di caricarsi sulle spalle la responsabilità dell’abbandono come un marchio di fallimento, perché, seppur ci sono responsabilità, non si può controllare sempre tutto. E quando gli viene il dubbio se ce la farà o meno a tirare avanti da solo il nucleo familiare, pensi al fatto che porsi questa domanda lo rende già un genitore attento e consapevole, e che con il peso della sua presenza funge già da àncora sicura.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologiametropolitana.it/cornute-o-abbandonate-ma-comunque-mazziate/">Cornute o abbandonate, ma comunque mazziate</a> proviene da <a href="https://www.psicologiametropolitana.it">Psicologia Metropolitana</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap wp-block-paragraph">Sto parlando di storie in cui un genitore e i figli vengono lasciati in disparte dall’altro genitore per ragioni conflittuali, sentimentali o lavorative, con traumi e problematiche relazionali che si trascinano anche per decenni.</p>



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<p class="has-drop-cap wp-block-paragraph"><br> Ho usato l’aggettivo mazziate al femminile, perché tutte le situazioni in cui mi sono imbattuta in prima persona coinvolgevano madri e figli.<br> In queste difficili vicende, tutti si aspetterebbero che il genitore che abbandona venga investito dai figli da sentimenti di rabbia e risentimento, ma spesso non è così e, beffa delle beffe, chi resta paga.<br><br><em> </em>In altre parole, i figli scaricano tutta la loro rabbia e frustrazione sul genitore che resta, e che cerca di farsi in due, provando a sopperire al genitore mancante.<br><br> Questo succede a causa di varie dinamiche e fantasie talvolta primitive, altre complesse.<br> <br>Al genitore che rimane viene rimproverato di non essere riuscito a tenersi vicino il partner.<br> Il genitore che rimane non è riuscito a proteggere il suo cucciolo.<br> Il genitore che rimane non è mai abbastanza per coprire un doppio ruolo.<br> Il genitore che rimane, nel tentativo di farlo, è spesso stressato da questo impegno, ed essendo consapevole di non potersi sdoppiare si sente in colpa, diventando insicuro.<br> Il genitore che abbandona se ne sta spesso lontano ed è facile da idealizzare.<br> Il genitore che se ne va, si sente a sua volta in colpa e nelle sue sporadiche comparse si comporta in modo mirabile, non essendo consumato dalla quotidianità.<br><br> Eppure è indispensabile che chi rimane faccia squadra e trasmetta in quel “Noi” di chi resta un valore aggiunto.<br> L’obiettivo è di cementare la fiducia reciproca e insegnare ai propri figli come crescere con la giusta autostima.<br> <br>Per fare questo, è fondamentale non minimizzare l’evento ma condividere il dolore, per poi spartire anche la speranza e la fiducia di farcela.<br> Invece di cedere alla tentazione di scappare via dal nido abbandonato dall’altro, e mi riferisco sopratutto ai genitori, è fondamentale verbalizzare quanto sia importante la collaborazione di chi rimane nell’affrontare i problemi, senza far finta di niente.<br> Per esempio è utile dire: <em>“Abbiamo affrontato questo insieme”</em>, ed è utile sottolineare come tale collaborazione non si sia spezzata di fronte al dolore e alla rabbia.<br> Questo messaggio ha l’obiettivo di prevenire l’idea che questi ragazzi svilupperanno e manterranno a distanza di decenni: la sicurezza che essere abbandonati sia un destino inevitabile.<br> Anche il mantenimento delle abitudini familiari o delle regole educative è essenziale per creare una solida sponda che argini il terrore di venir spazzati via da uno sconvolgimento radicale.<br> Non è necessaria rigidità, e i cambiamenti vanno verbalizzati e introdotti gradualmente e mai come un fallimento, ma come una possibilità o una strategia.<br> Quindi non è funzionale il pensiero: <em>“Siamo costretti a cambiare casa”</em>, ma è utile dire: <em>“Sarebbe una buona opportunità cambiare casa per avere i seguenti vantaggi…”</em>.<br> Oppure, se si è sempre andati in vacanza in una località famosa, in un hotel favoloso, non si può passare un mese dagli zii in campagna senza spiegare nulla. Si può dire <em>“Adesso che ci siamo solo noi possiamo approfittare per stare con …, per andare qualche giorno in…”</em><br> Il genitore mazziato deve evitare di caricarsi sulle spalle la responsabilità dell’abbandono come un marchio di fallimento, perché, seppur ci sono responsabilità, non si può controllare sempre tutto.<br> <br><em>E quando gli viene il dubbio se ce la farà o meno a tirare avanti da solo il nucleo familiare, pensi al fatto che porsi questa domanda lo rende già un genitore attento e consapevole, e che con il peso della sua presenza funge già da àncora sicura.  </em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psicologiametropolitana.it/cornute-o-abbandonate-ma-comunque-mazziate/">Cornute o abbandonate, ma comunque mazziate</a> proviene da <a href="https://www.psicologiametropolitana.it">Psicologia Metropolitana</a>.</p>
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